Il mistero semplice di Pier Paolo Pasolini

Ecco l’interpretazione, del tutto nuova, che l’intellettuale Marcello Fois fa del delitto di Pier Paolo Pasolini parlando a Orta San Giulio durante la rassegna Piemonte Noir.

Denso, profondo, emozionante: «la verità fino allo spasimo» l’avrebbe definita Pasolini. L’illuminante dibattito tenutosi sabato 2 novembre a Orta San Giulio per la riuscita rassegna letteraria Piemonte Noir organizzata dal Premio Grinzane Cavour ha fatto finalmente luce su uno dei grandi misteri d’Italia, il delitto di Pier Paolo Pasolini avvenuto trentadue anni fa, proprio il Giorno dei Morti, a Lido di Ostia.

Vi proponiamo l’intervento dello scrittore Marcello Fois, vincitore nel 2006 del Premio Grinzane Cavour con ‘Memoria del vuoto’ (Einaudi) e autore dello script di ‘Ilaria Alpi. Il più crudele dei giorni’ diretto da Ferdinando Vicentini Orgnani. 

 «Io sono una persona un po’ in difficoltà» esordisce lo scrittore nuorese. «E vi spiego perché: intanto perché l’approccio dello scrittore non è mai quello direttamente consono ai fatti ma paradossalmente quello che prova ad aggirare i fatti e prova ad opporsi a tutta questa voluttà, questo sfrucugliamento di ventri a proposito di particolari, di Luminol, di capelli e di macchie. Parlo di questo pubblico posteriore che parla della questione Pasolini.

Pasolini era caratterialmente un dominante. Era un omosessuale che aveva rivolto contro la società che lo circondava l’arma che questa gli aveva puntato addosso. Questo è il dato fondamentale di Pasolini.

Questa storia epicamente banale alla Pasolini la scriverei così. Era un omosessuale. Pasolini era un approfittatore: Pasolini fu un preveggente. Non era un oracolo, era semplicemente investito da questa specie di miracoloso e quasi marziano buon senso. Leggeva semplicemente le cose in senso critico. Fu in grado di vedere il nostro attualissimo abisso. Secondo: Pasolini era un vendicativo, voleva rovesciare il tavolo e le carte. A Pasolini piacevano solo le regole che stabiliva lui. L’intellettuale secondo lui doveva avere un ruolo perturbante e mai rassicurante, omosessuale o meno che sia. 

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A lui piaceva il maschio rustico. Nell’amante cercava il contrario di sé, voleva contare sull’elaborazione dell’intellettuale, sulla magnificenza dell’istinto.

Come dice Giuliano Soria, avremmo bisogno di un Pasolini oggi. PPP era un animale tattico. Lui sa bene che a frequentare i borgatari si finisce per trovare quello sbagliato. A lui piacciono esplicitamente quegli sbagliati: non è Visconti, protetto dalla nobiltà di casta, esterofilo, estetizzante, ottocentesco.

Ha un concetto di bellezza, dell’attrazione fisica che è esattamente il frutto elaboratissimo di una retorica antiretorica: Visconti era retorico. La bellezza incontrovertibile di Helmut Berger, le canottiere di Massimo Girotti, gli infiniti provini per trovare Tadzio.

Pasolini è un invertito, un frocio, se preferite. A lui interessa una bellezza alta. A lui interessano gli umori caratteriali e fisici. Pretende di vincere la partita. Quanto si fa fatica a immaginare persino il corpo smilzo, allungato di Visconti. Così abbiamo perfettamente chiaro il corpo compatto e nodoso di Pasolini. 

Non voglio ridurre Pasolini a un mistero semplice: vorrei elevarlo a un mistero semplice. È la lezione di Sciascia. In Italia non c’è nulla di più complicato delle storie semplici.

Siamo geneticamente impreparati ad affrontare i misteri semplici. Per scrivere il film su Ilaria Alpi ho letto circa 7000 pagine di atti del processo: la vicenda viene complicata in maniera abominevole.

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Se dovessi scrivere della morte di Pasolini scriverei di un poeta, di uno scrittore, di un cineasta che è incappato in una morte preconizzata. Non se l’è cercata come ha detto qualche intellettuale di sinistra: l’ha messa in conto.

La morte di Pasolini è speciale proprio nella normalità balorda e ignobile che aveva glorificato contro il conformismo perbenista della borghesia televisiva. Contro tutti i conformismi: anche questi ‘Tutti’ finivano per farlo sentire snob.

Normalizzare Pasolini è l’unica possibilità che abbiamo per vendicarcene. 

Ora che crediamo di essere tanto ricchi da non ricordare che solo l’altro ieri eravamo poveri, siamo caduti nell’abisso preconizzato da Pasolini: chi si illude che questo non sia possibile evidentemente non l’ha letto. E questo, assolutamente, non è un mistero».