IL PICCOLO GRANDE CAPO(LAVORO)

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Fa ridere e riflettere la strepitosa commedia di Von Trier ‘Il grande capo’, una sarcastica pochade sulla quotidiana messinscena nei rapporti di lavoro. Memorabili le battute gay ‘scorrette’.

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Che il deviante Lars Von Trier riuscisse a far ridere, per di più di gusto, diffondendo in sala allegria e divertimento, davvero non ce l’aspettavamo (vari applausi alla fine del film: a me non capitava da anni, al di fuori di un festival). Dopo averci fatto piangere con sublimi melodrammi quali il mistico capolavoro Le onde del destino o l’innovativo musical Dancer in the Dark e averci intrigato con le stilizzazioni teatrali postbrechtiane nel magistrale Dogville e nel politico Manderlay (ma noi ricordiamo con affetto anche le innovative sperimentazioni noir di Europa e L’elemento del crimine nonché le follie dogmatiche di Idioti), il folletto danese neocinquantenne si dà un’inattesa rinfrescata virando a 180° e mettendosi alla prova con una piccola grande commedia, genere che temevamo non fosse assolutamente nelle corde del pur eclettico maestro danese.

E invece, ecco arrivare una bella sorpresa: il sarcastico, acutissimo, asciutto Il grande capo è davvero spassoso, fa riflettere e ridere parecchio – e non sono certo ‘risate minori’ – grazie a uno stralunato umorismo acre molto nordico che ricorda un po’ le provocazioni intellettuali del leggendario Roy Andersson.

La spunto iniziale è bizzarro e originale: un attore disoccupato fanatico di un fantomatico drammaturgo italiano, tale Gambini, si spaccia per il boss di un’azienda informatica danese da vendere in saldo agli islandesi per salvare la faccia del vero proprietario che può così ‘mimetizzarsi’ tra gli impiegati a cui ha raccontato per anni di un ‘grande capo’ residente in America. Lo sviluppo narrativo si fonda su un classico espediente delle screwball comedies americane, ossia il ‘segreto non condiviso’, ma in realtà va ben oltre trasformandosi in una sarcastica pochade molto attuale sulla quotidiana messinscena che si instaura volenti o nolenti nei rapporti di lavoro, sulla volubilità dei rapporti virtuali costruiti via mail, sulla ruffianeria e la compiacenza opportunistiche dettate dalla scala aziendale, sullo spirito fintamente corporativista tipico di certe dirigenze contemporanee.

Il vulcanico Lars lavora però a molti livelli, riuscendo a mescolare…

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Il vulcanico Lars lavora però a molti livelli, riuscendo a mescolare sagacemente Ibsen e l’informatica, Hawks e Lubitsch (la scena al negozio di hot dog cita Se avessi un milione), arricchendo il testo di una molteplicità di intelligenti riferimenti metacinematografici (la voce di Lars che interrompe la vicenda e la commenta, vari espliciti rimandi ai suoi film precedenti) che rendono Il grande capo una riuscita commedia al contempo limpida e complessa.

Va inoltre riconosciuto che parte del merito è appannaggio dell’ottimo cast che carbura davvero a meraviglia facendo scintille nello scatenare l’incontrollata ilarità del pubblico: il protagonista Jens Albinus è una specie di ringiovanito Woody Allen dei fiordi, perfetto nella sua svagatezza rassegnata e capace di illuminarsi solo quando evoca il suo insuperato modello Gambini; la luminosa Iben Hjejle di Alta fedeltà è grintosa e seducente come non mai (e la scena del sesso in ufficio, che qualsiasi altro regista avrebbe reso triviale e pecoreccia, diventa una perla di humour acidissimo); Peter Gantzler è una vera scoperta nel ruolo del boss trasformista, solo in apparenza un accomodante cucciolone ma in realtà capace di crudeli, strategiche contromosse pur di non accollarsi le proprie responsabilità. Ma anche i curiosi personaggi secondari, descritti con pochi e azzeccati tratti essenziali, sono caratteri memorabili: dalla ‘povera Mette’ sempre in lacrime, angosciata da un terrificante segreto custodito nella stanza delle fotocopie (è interpretata dalla sublime Josephine di Idioti, Louise Mieritz), al fascinoso Spencer messo in disparte per le sue difficoltà di comunicazione (Jean-Marc Barr, mai così bello).

E finalmente al cinema si può ridere dell’omosessualità, senza appellarsi necessariamente al politically correct, attraverso alcune battute strepitosamente raggelanti: «Meglio invertito che stecchito!», «Sono stato una mammola dal giorno in cui sono nato». Ma attenzione: il protagonista Kristoffer, creduto gay da Lise, lancia anche il messaggio per nulla scontato che molti omosessuali non sono effeminati e all’apparenza indistinguibili dagli etero e tutto il film, sottilmente cinico e beffardo, è pervaso da un senso di cameratismo molto filogay: dagli abbracci a catena tra maschi, in apparenza per solidarietà aziendale, alla figura asessuata del solitario Ravn, il cui unico confidente e amico diventa proprio l’attore che ha assoldato per fargli in pratica da alter ego. La tecnica computerizzata Automavision non viene percepita dallo spettatore, anche perché resta filtrata dallo stile scelto, una sorta di neoDogma in 35 millimetri fatto di campi e controcampi fissi alternati con un montaggio serrato, indubbiamente elegante ed efficace.

Una curiosità: il gioco dei Lookeys, con le immagini-rebus decontestualizzate dal film e da decodificare, esiste unicamente nella versione danese e verrà probabilmente inserito nel dvd.

Da vedere assolutamente.

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