Il Sudamerica sbanca ‘Da Sodoma a Hollywood’

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Il raffinato bianco e nero dell’argentino 'La Léon' di Santiago Otheguy vince il Togay. Miglior corto il brasiliano 'Alguma Coisa Assim', tra i doc la spunta 'A Jihad...

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È un momento d’oro per il cinema sudamericano: ben tre film saranno in concorso a Cannes (ci sarà anche un dramma gay sugli escort di un cinema porno, ‘Serbis’ – ‘Servizio’ – del filippino Brillante Mendoza) e al 23esimo Togay ha fatto man bassa: si è infatti aggiudicata il premio Ottavio Mai, consistente in 5000 euro offerti da Fourlab, ‘La Léon’ di Santiago Otheguy, ipnotica opera argentina impreziosita da una raffinata fotografia in bianco e nero, “per il suo impatto visivo, per la sua essenzialità narrativa e per la capacità di mettere in scena la potenza della natura incontaminata”. Il miglior corto è invece brasiliano, ‘Alguma Coisa Assim’  (‘Qualcosa del genere’) di Esmir Filho, “un film che ha catturato il delicato momento di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, in un contesto gay e di ampio respiro. Attraverso la prima esperienza di due ragazzi in un locale gay, il film coglie in modo realistico e nello stesso tempo metaforico, un particolare momento emotivo della loro vita e lo fa in modo eccellente dal punto di vista cinematografico sia per quanto riguarda l’editing, sia per quanto riguarda la colonna sonora e la recitazione”.

 

Anche il pubblico ha scelto un corto brasiliano, ‘Café com leite’ di Daniel Ribeiro, mentre tra i lunghi ha prevalso l’applauditissima e simpatica commedia musical-collegiale ‘Were the world mine’ di Tom Gustafson in cui una rappresentazione scolastica dello shakespeariano ‘Sogno di una notte di mezz’estate’ diventa l’occasione per il giovane gay Timothy, scelto per il ruolo del folletto Puck, di sperimentare un filtro floreale che trasforma in omosessuale chi ne respira gli effluvi (nel cast anche la figlia di Robin Williams, Zelda).  Tra i documentari ha vinto l’acclamato ‘A Jihad for Love’ di Parvez Sharma, secondo la giuria “il film che più ha risposto alla filosofia del festival ‘i film che cambiano la vita’, per la sua importanza sia nel mondo islamico sia in quello occidentale, per l’ambizione e l’ampio sguardo sulla topografia geografica e umana. E ancora per una regia coraggiosa, ipnotizzante e convincente”. Il premio ‘Nuovi Sguardi’ scelto dal comitato di selezione del festival “per segnalare lavori che sappiano utilizzare forme e linguaggi in cui il queer diventa una lettura del reale” va ex-aequo a ‘Panorama’ di Loo Hui Phang “per l’originale trasposizione in immagini in movimento di segni grafici e per la capacità di creare un universo evocativo e libero” e a ‘Solos’ di Kan Lume e Loo Zihan “per aver creato un film in cui la parola non è necessaria a trasmettere emozioni e in cui la forza delle immagini trasforma esperienze personali in esperienza universali”.

Quasi un minifestival della canzone gay la lunga e barbosetta cerimonia di premiazione, presentata dalla briosa drag madrilena La Prohibida: l’attore porno Colton Ford ha cantato – male – due pezzi tra cui una cover di Sade; la scatenata Terremoto de Alcorcòn con ballerina barbuta ha rifatto ‘Hung up’ di Madonna inserendovi celebri titoli di brani glbt italiani quali ‘Rumore’ e ‘Il triangolo’; il nostalgico trio delle Sorelle Marinetti – brave – ha proposto varie radiohit storiche tra cui l’immortale ‘Tulipan’ del trio Lescano. Significativo l’intervento di Gianni Oliva, assessore alla cultura della Regione Piemonte: “Lo scandalo che la stampa ha montato a proposito del caso della sauna Antares è vergognoso. Non è stato coinvolto nessun minorenne. Capita molto spesso nei locali eterosessuali ma non se parla”.

Ha chiuso la manifestazione l’interessante, ma legnosetto, thriller ‘The Walker’ di Paul Schrader, statico e molto dialogato, sull’effettato Carter Page III, elegante accompagnatore gay di damazze aristocratiche con cui va all’Opera o gioca a canasta, coinvolto nell’omicidio dell’amante di una delle sue protette sposata a un influente senatore liberale. Interpretazione strepitosa sul filo dell’ambiguità di un inedito Woody Harrelson con parrucchino ed eloquio biascicante ma anche il cast di contorno non è da meno: è bello riscoprire una Kristin Scott Thomas che non teme di esporre le proprie rughe in un ruolo scomodo e sofferto; e che dire delle divine Lily Taylor e Lauren Bacall? Curiosa la presenza dell’eterissimo Moritz Bleibtreu (‘Munich’, ‘Le particelle elementari’) nella parte-chiave del fotografo legato sentimentalmente al protagonista.

Un’edizione di buon livello coronata da una trionfale partecipazione di pubblico (+ 30 %), con un concorso senza cadute ma anche privo di film strappacuore; da bocciare l’omaggio hard e forse troppo dispersivo l’elenco-marasma di omaggi/tributi/sottosezioni; un consiglio: perché non dedicare una retrospettiva a qualche classico di casa nostra troppo spesso trascurato (Pasolini, Visconti, Patroni Griffi)? Sarebbe un’occasione per riscoprire film-faro che tanto hanno dato all’estetica queer, quando il cineprodotto italiano era un vanto orgogliosamente esportabile.

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