IL TRILLO CHE UCCIDE

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Conquista il pubblico italiano, un horror atipico e ricco di simbolismi: "The Ring", remake di un film giapponese del '98, con una splendida Naomi Watts, la tenera lesbica...

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‘Drrrriiiiinnnnn(g)’ “Pronto?” “Morirai tra sette giorni”. Sì, basta guardare una videocassetta senza nome, arrivare ai titoli di coda, rispondere al telefono che squilla e l’ora è segnata.

E’ l’allarmante premessa di uno dei più interessanti horror degli ultimi tempi, ‘The Ring‘ di Gore Verbinski (il regista del peraltro mediocre ‘The Mexican’) remake dell’omonimo film del ’98 di Hideo Nakata tratto da una trilogia di romanzi di Koji Suzuki, autore di culto giapponese, una sorta di Stephen King in chiave sushi. A sua volta Nakata, sempre nel 1998, ha fatto il seguito del suo Ring (‘Ringu 2’) ed è molto probabile che gli americani ‘duplicheranno’ a loro volta il loro remake, come suggerito nel finale del film fortemente simbolico.

La cassetta malefica che diffonde via vhs morti inspiegabili (il cuore cessa di battere e il corpo si prosciuga mostruosamente) è in realtà un cortometraggio antinarrativo, di stile vagamente espressionista, in cui si vede un cerchio nero bordato di luce, una donna dallo sguardo luciferino che si pettina davanti a uno specchio, una scala, altre immagini perturbanti.

Dopo la morte di tre ragazzi e sua nipote, la giornalista Rachel Keller indaga sulle morti misteriose, scopre la videocassetta in un cottage isolato, la vede, risponde al telefono. E’ fatta. Ha una settimana per scoprire il mistero del video killer e grazie all’ex marito tecnico Noah a cui fa vedere la cassetta riesce a catturare un’immagine nascosta nello sfarfallamento di un frame del video e che rappresenta una casa vicino a un faro. Il male è propagato da una bambina rinchiusa per anni in un istituto psichiatrico i cui genitori, allevatori di cavalli, nascondono un tremendo segreto. Il figlio della giornalista ha però delle visioni, inizia a intuire la presenza di qualcosa di malvagio e decide di vedere la videocassetta che però contiene immagini diverse.

Si vede benissimo che ‘The Ring‘ è un horror atipico e assolutamente sopra la media rispetto ai prodotti similari americani, principalmente per due motivi: la cura precisa della sceneggiatura (molto metaforica come tutti i film giapponesi, giocata sul tema del cerchio che è occhio, buco, evento che ritorna) e una vera attrice nel ruolo della protagonista (caso raro per un film horror che non sia d’autore), la splendida e funzionale Naomi Watts, la tenera lesbica bionda del misterioso e fascinosissimo Mullholland Drive di David Lynch, delicata ma volitiva, apparentemente fragile ma inflessibile. E c’è qualcosa di Lynchiano in questo film, soprattutto nella prima parte, quella più inquietante, dove le carte si svelano poco a poco e si salta sulla sedia nei momenti giusti. Certo, non molto è originale, come le occhiatine a ‘Scream‘ (l’idea del telefono), a ‘Shining‘ (il bambino veggente) e due citazioni esplicite dell’insuperato ‘Psycho‘. Da maestro la scena da puro Edgar Allan Poe col cavallo (simbolo di sregolatezza e follia) che corre imbizzarrito sul traghetto e si getta in mare. Peccato invece per il prefinale consolatorio che è l’unica vera ‘americanata’ di questo ‘Ring’ e che vuole dare un messaggino familista abbastanza incoerente col resto del film. Da vedere assolutamente al cinema e NON in videocassetta. E ricordatevi di spegnere i cellulari.

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