In&Out: vince il francese De l’ombre il y a di Nathan Nicholovitch

Si è conclusa l’8a edizione del Festival nizzardo con la proiezione del vietnamita Mekong Stories.

Si è conclusa ieri con successo la parte competitiva, quella nizzarda, dell’ottava edizione del Festival In & Out che da domani proseguirà a Beaulieu-sur-Mer e da giovedì a Cannes. Una riuscita cinerassegna che ha del miracoloso, visto che viene realizzata con soli 50.000 euro da un gruppo di volontari dell’associazione Les Ouvreurs. Nell’elegante auditorium del MaMac, il museo d’arte contemporanea, si è svolta la cerimonia di premiazione che ha visto assegnare il premio Esperluette (sarebbe il logogramma ‘&’) per il miglior film al francese De l’ombre il y a di Nathan Nicholovitch, un’opera a cavallo tra finzione e documentario su un travestito 45enne, Mirinda, che si prostituisce nei bassifondi di Phnom Penh dove incontra una bambina che risveglia in lui un istinto paterno.

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Tra i doc ha prevalso l’israeliano Oriented di Jake Witzenfeld su tre amici palestinesi gay che vivono con difficoltà la propria identità sessuale a causa dell’oppressione sociale mentre fra i cortometraggi è emerso lo spassoso 11 Life Lessons from an Awesome Old Dyke di Allison Khoury, strepitose e disarmanti pillole di saggezza di una lesbica veterana, l’irresistibile Dorothy Fairbairn (1933-2011), che ebbe il coraggio di fare coming out negli anni ’50. Anche il pubblico ha decretato vincitore questo strepitoso concentrato di vitalità saffico, mentre tra i lungometraggi ha vinto Théo e Hugo dans le même bateau di Olivier Ducastel e Jacques Martineau. Il premio è stato ritirato dall’affabile attore Geoffrey Couët che nel film interpreta uno dei due protagonisti, Théo.

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Mekong Stories

In chiusura è stato proiettato il sensuale ma un po’ confuso Mekong Stories di Phan Dang Di su un gruppo di ragazzi vietnamiti tra cui un ragazzo gay innamorato di un fotografo che vuole sottoporsi a una vasectomia per ottenere dei soldi dal governo. La natura selvaggia e melmosa del delta del Mekong è resa sullo schermo con un’estetica formalmente affascinante anche se le varie tracce narrative fanno un po’ fatica a convergere in maniera armonica.

7 kinds of wrath

Il Festival In&Out offerto un’interessante panoramica del cinema queer internazionale – l’America Latina sia conferma la fucina più vitale – e di come viene percepita la condizione omosessuale in giro per il mondo: nel diseguale dramma cileno You’ll never be alone di Alex Anwandter un giovane gay finisce in coma dopo essere stato vittima di un’aggressione omofobica e il padre è costretto a rimettere in discussione il suo rapporto con lui scoprendone i segreti più profondi; il bianco e nero rigoroso del discreto 7 Kinds of Wrath (Sette tipi di rabbia) del greco Christos Voupouras ci immerge nell’universo torturato di un archeologo quarantenne legato a un giovane immigrato egiziano da un rapporto vincolato dal denaro: il profondo disagio esistenziale dei personaggi viene filtrato da una messa in scena controllata e ‘ingabbiante’ che ne amplifica il dirompente senso drammatico.

Les pensées de Paul

Per quanto riguarda i documentari, abbiamo apprezzato in particolare Les pensées de Paul di Jean-Baptiste Erreca sull’iniziativa artistica The Pansy Project dell’inglese Paul Harfleet che sta girando il mondo da dieci anni per raccogliere testimonianze di storie di omofobia e piantare una violetta sui luoghi delle violenze: in questo onesto e vibrante diario di viaggio dedicato alla Francia, Paul incontra ragazzi cacciati di casa perché gay e accolti dalla comunità Le Refuge, ragazze ripudiate perché lesbiche, omosessuali di mezz’età aggrediti per strada. Il rito del trapianto floreale assume così la valenza di atto pacifista che sa di riconciliazione sociale e riappropriazione dello spazio urbano teatro di violenze avvenute spesso nella totale indifferenza dei passanti.

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Tra gli omaggi retrospettivi, abbiamo recuperato due opere libere, vitali e artigianalmente un po’ ingenue del maestro sperimentatore Paul Vecchiali (Once more – Encore): Bareback ou la guerre des sens e + si @ff (en tout bien tout bonheur) in cui le pulsioni gay vengono rappresentate all’insegna della gioia di vivere con un approccio carnale ai confini dell’hard e si riflette metacinematograficamente sull’idea di creare narrazione (il regista interpreta se stesso alla ricerca di storie da mettere in scena).

+si @ff

Nell’autoriale e francamente punitivo La Captive di Chantal Akerman, libero adattamento de La Prisonnière di Proust, quinto volume della Recherche, il geloso Simon (un monoespressivo Stanislas Merhar) pedina la sfuggente Ariane (Sylvie Testud, atonale) – sarebbe l’Albertine proustiana – di cui è innamorato e di cui non accetta l’omosessualità: l’atmosfera finto-letteraria è mortifera e faticosa, e solo nel finale c’è un guizzo da vero autore che ricorda il grande Manoel de Oliveira. Della Akerman si è potuto recuperare anche il cult Je tu il elle (lo trovate integrale cliccando qui) con la celebre scena di sesso lesbico esplicito di venti minuti che fece scandalo quando uscì nel 1974.