INFAMOUS, L’ALTRO CAPOTE

di

Il biopic ‘Infamous – una pessima reputazione’ vince il confronto con l’oscarizzato ‘Truman Capote - a sangue freddo’ ed è più gay anche se un po’ didascalico. Eccellenti...

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
2602 0

Diciamolo subito: Infamous – una pessima reputazione di Douglas McGrath, finalmente uscito in Italia dopo la fortunata presentazione alla Mostra di Venezia, batte ai punti il ‘gemello’ Truman Capote di Bennett Miller (varie inquadrature citano però A sangue freddo, il capostipite di Richard Brooks del 1967). Ma è necessario fare alcuni distinguo: nonostante entrambe le pellicole raccontino la medesima storia, ossia la genesi del capolavoro di Capote In Cold Blood, incentrato sul massacro avvenuto nel 1959 di una facoltosa famiglia di agricoltori del Kansas da parte di due efferati killer, primo esempio di docu-fiction letteraria, lo stile è antitetico e per certi versi speculare. Se Truman Capote è un autoriale ma un po’ freddo film d’atmosfera dalla regia incisiva e sofisticata, Infamous è piuttosto un biopic classico con i limiti del genere, ossia un certo didascalismo di fondo dettato dalle testimonianze degli amici di Capote che lo descrivono direttamente alla macchina da presa – lo sfondo è il medesimo, i grattacieli di New York illuminati di notte – e dall’uso di alcuni flashback nel ricostruire l’infanzia del killer Perry Smith.

Detto così sembrerebbe che Truman Capote sia comunque più riuscito di Infamous. Eppure è la caratterizzazione dei personaggi a sollevare di almeno una spanna quest’ultimo rispetto al ‘concorrente’ girato praticamente in simultanea (quando McGrath contattò il produttore Bingham Ray proponendogli il film, quest’ultimo aveva la sceneggiatura di Capote scritta da Dan Futterman sulla scrivania): nonostante l’interpretazione di Philip Seymour Hoffman nel film di Miller sia magistrale e non a caso premiata con l’Oscar, del vero Capote non si coglie molto, a parte qualche vezzo intellettualistico un po’ snob e un’ironia sorniona in realtà abbastanza trattenuta.

Il bravissimo Toby Jones, al contrario, costruisce a tutto tondo il suo complesso personaggio…

Continua in seconda pagina^d

Il bravissimo Toby Jones, al contrario, costruisce a tutto tondo il suo complesso personaggio giocando molto sulla dimensione infantil-provocatoria di Capote, le sue movenze languide ed effettate, la sua ironia tagliente (risate in sala alla strepitosa risposta dello scrittore quando un carcerato gli chiede un rapporto orale: «Non faccio spuntini!»). Anche fisicamente il minuto attore inglese ha un profilo più simile a quello reale, mimeticamente aderente alla descrizione fatta da Arbasino: «piccolo, smorto, con questa voluminosa testa da feto imbarazzante». Si sottolineano anche la sua eccentricità nel vestire (cappottini bordati di pelliccia, lunghe sciarpe colorate, un improponibile completo da cowboy con l’intenzione di apparire ‘consono’ al contesto rurale del Kansas) e la sua passione sfrenata per il pettegolezzo e la riproducibilità del reale in diverse versioni, sia verbalmente che nero su bianco (viene persino inquadrato mentre scrive più varianti di uno stesso dialogo). E se i due registi, Bennett Miller e Douglas McGrath si fronteggiassero a ‘braccio di ferro’ come fa l’ispettore Alvin Dewey con Capote, sarebbe il secondo a vincere senza ombra di dubbio nella caratterizzazione dei personaggi secondari: uno dei maggiori difetti del film di Miller è infatti l’aver quasi completamente trascurato l’ambiente dell’alta società newyorkese in cui Capote si era conquistato il privilegiato ruolo di confidente, soprattutto di donne emerite, le sue adorate ‘swans’, i ‘cigni’.

Nella prima mezz’ora di Infamous, a partire dal brillante attacco nello scintillante club El Morocco, ritrovano invece il giusto spazio la moglie del tycoon della CBS William Paley, l’emotiva Babe (un’aristocratica Sigourney Weaver), l’elegante Slim Keith, moglie di Howard Hawks (la raffinata Hope Davis) e persino una Marella Agnelli forse troppo gesticolante – Isabella Rossellini senza una ruga e abbigliata curiosamente con strani abiti a pagoda o decorati con cristalli – tutte agiatamente immerse in splendidi interni dai colori squillanti e abbelliti da preziose cineserie e suppellettili ricercate (la brava scenografa è la stessa di Brokeback Mountain, Judy Becker). Anche Sandra Bullock, composta e dimessa, funziona meglio di Catherine Keener nei panni dell’amica scrittrice Nelle Harper Lee che accompagna Capote nel suo viaggio a Holcomb mentre della relazione tra Truman e il suo fidanzato Jack Dunphy (un sobrio John Benjamin Hickey) si accenna anche alla difficoltà nel gestire una relazione aperta.

Ma è un eccellente Daniel Craig a svettare nel secondo tempo e rubare la scena persino a Capote: il suo Perry Edward Smith, ruvido e compresso, è assolutamente perfetto nella sua rabbia appassionata e del suo rapporto con Truman si approfondisce finalmente il legame omosessuale che nel film di Miller rimaneva implicito (non manca un bacio credibile e un tentativo di violenza ai danni dello scrittore). Anzi, di Smith si ipotizza una latente omosessualità già svelata dal complice Dick che lo istiga a uccidere il giovane Clutter anche se è attratto da lui. E tutta la parte carceraria è più vibrante e coinvolgente, grazie anche a un approfondimento psicologico mai banale che restituisce dignità a un rapporto controverso a forte rischio di ridicolo.

Guarda una storia
d'amore Viennese.

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...