Intervista a Gus Van Sant: “La mia omoaffettività non è politica ma romantica!”

Pacato, saggio e persino un po’ timido. Ecco l’intervista al grande regista americano a cui il Museo Nazionale del Cinema di Torino dedica una bella mostra.

Pacatezza. La calma composta dei grandi saggi. Gus Van Sant comunica una tranquillità che mette subito a proprio agio. Lo conosciamo al Piccolo Cinema dei gemelli De Serio, angolo cinefilo della periferia nord torinese, in occasione della proiezione (all’aperto, con tanto di comodi divani e plaid!) del suo classico Good Will Hunting con Matt Damon, Ben Affleck e Robin Williams, in VHS davvero vintage. L’atmosfera è frizzante, il cortile è stracolmo di giovani. Quando arriva Gus è un boato di caldi applausi. È anche l’occasione per il regista di Portland dell’incontro dopo 28 anni con Giovanni Minerba, direttore del Togay che lo premiò per Mala Noche: sono abbracci fraterni.

Il giorno dopo lo intervistiamo nell’elegante hotel NH Carlina dopo aver visitato la mostra a lui dedicata alla Mole Antonelliana dal titolo Gus Van Sant – Icone curata con grande acume (splendido il catalogo) dall’ottimo Matthieu Orléan della Cinémathèque parigina. Possiamo scoprire la sua bravura di pittore e fotografo: la vasta collezione di Polaroid, con cui ha fotografato alla Andy Warhol grandi attori e gente comune; i raffinati acquerelli (spesso ritratti maschili); le foto con gli adorati Allen Ginsberg e William Burroughs che diresse tre volte; molti spezzoni di video della sua celebrata filmografia (c’è anche la scena della doccia di Psycho confrontata con quella quasi identica del suo fedele remake frame-by-frame). Tra le chicche, alcune foto di scena dell’oggetto più misterioso della sua filmografia, il film Easter, episodio della trilogia Jokes scritta da Harmony Korine in cui un uomo etero con moglie scopre di essere gay guardando un porno queer in televisione.

È piuttosto emozionante incontrare uno dei massimi registi americani, in grado di passare con disinvoltura da grandi produzioni hollywoodiane con cast scintillanti (Good Will Hunting, Finding Forrester, Milk) a genialoidi opere sperimentali dal lirismo malinconico (Gerry, Elephant, Last Days).

gus-van-santCom’è nato il suo amore per il cinema?

Avevo un insegnante d’inglese che un giorno ha deciso di mostrare alla classe Quarto Potere e, parallelamente, un’emittente televisiva in Connecticut dove ero residente allora, avendo poco budget, lo passava tre-quattro volte al giorno: l’ho visto venti volte in una settimana. La stessa insegnante ci ha proposto film sperimentali canadesi.

Che effetto fa avere una mostra dedicata a lei ed essere oggetto di studio all’Università?

Magnifico. Non mi aspettavo la Mole Antonelliana, mi fa pensare alla Fabbrica di Cioccolato di Tim Burton! Mi innervosisce pensare di essere oggetto di studio all’Università. Non insegno, non riesco ad avere un’opinione a proposito.

gus-van-sant-3Nel 1975 incontrò Pier Paolo Pasolini. Che ricordo ha?

Eravamo un gruppo di studenti in visita a Roma nel luglio del 1975 per sei settimane. Avevamo l’opportunità d’incontrare vari registi durante la lavorazione di un film. Nel caso di Pasolini, aveva ultimato Salò: alcuni andarono in sala di doppiaggio e altri, tra i quali me, in casa sua. Allora abitava in una sorta di castello in rovina ristrutturato. Ricordo questo luogo con arredamento molto moderno in contrasto col luogo. Ci siamo trovati a chiacchierare un’ora con lui e poi siamo andati a pranzo con lui e la squadra di calcio che frequentava. Ha chiesto a ciascuno di noi che cosa avremmo voluto fare in particolare nel cinema. Quando è arrivato il mio turno gli ho detto che il mio desiderio era quello di emulare ciò che attraverso la letteratura è possibile con le parole cioè cercare di tradurre le parole di un testo in un linguaggio cinematografico. Lui non ha capito. Ci sono rimasto molto male, mi è sembrato di non essere degno dell’attenzione di Pasolini.

Quanto ha influenzato la sua omoaffettività nell’aspetto creativo del suo lavoro?

Non sono stato un filmmaker che ha usato i suoi desideri interiori e sessuali politicamente, almeno all’inizio. Non ho dato una sorta di fondamento politico alla mia omoaffettività. Mi sono certamente trovato a sviluppare storie con personaggi gay ma il tipo di indagine che ho fatto era sempre più romantica che politica.

Però Milk è molto politico…

Sì, Milk è arrivato in maniera particolare. Conoscevo Harvey Milk ma doveva realizzare il film Oliver Stone. Poi rinunciò perché era su un politico che viene ucciso e lui aveva già fatto JFK. Avrebbe dovuto interpretarlo Robin Williams. Un produttore mi disse che lasciava il progetto e mi proposero come regista. Mi spostai a San Francisco a montare Cowgirl – Il nuovo sesso ma all’inizio volevo fare un film sul proprietario di un negozio di macchine fotografiche, non necessariamente Harvey che sarebbe stato solo evocato.

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Com’era Robin Williams?

Divertente. Era molto spiritoso e con un gran senso dell’umorismo. Lo conobbi proprio ai tempi di The Major of Castro Street, il primo tentativo di realizzare Milk. Sul set di Will Hunting ho apprezzato maggiormente il suo senso dell’umorismo anche se il personaggio era triste.

Nel 1988 venne a Torino dove vinse il Festival lgbt Da Sodoma a Hollywood con Mala Noche. Che esperienza fu per lei?

È stato un lungo e impegnativo viaggio dall’Oregon. Incontrai molti registi tra cui Gregg Araki che fumava come un turco e ascoltava gli Smiths. Con Gregg Araki andammo a visitare la basilica di Superga in macchina. Ero già stato a Roma ma mai a Torino. È stata una delle prime esperienze di festival di cinema.

gus-van-sant-2In Italia ci sono adesso le unioni civili, che effetto le fa tornare in Italia dopo quasi trent’anni con questa grande differenza?

È bello, mi fa piacere. Nella comunità gay ci sono stati tanti progressi in trent’anni come in altri ambiti ma c’è ancora molto da fare.

Ha recentemente lavorato a una serie tv gay, When We Rise. Ci racconta qualcosa?

L’ho girata lo scorso inverno, è una miniserie di otto ore scritta da Dustin Lance Black. Parla di tre attivisti gay di San Francisco nel lasso di tempo di trent’anni a partire dal 1972. Non è da confondere con Stonewall. Già tre anni fa avevo fatto Boss.

Per lei Donald Trump potrebbe vincere le elezioni?

Fa paura questa eventualità, sarebbe una vera e propria calamità per l’intero mondo. Mio padre dice che non avverrà.

La sua retrospettiva qui a Torino è aperta da Belli e dannati. Uno dei motivi di fascino del film sono Keanu Reeves e River Phoenix…

Dopo Belli e dannati volevo River Phoenix anche in The Major of Castro Street nel ruolo di Clive Jones e in un progetto su Andy Warhol: assomigliava molto a Andy negli anni Cinquanta. Era un grande attore, molto impegnato e immerso nel suo lavoro. Quando spiegavo a lui e a Keanu i personaggi che avrebbero interpretato, lui riusciva a identificarsi nel ragazzo di strada perché lo era stato lui stesso. Il padre vestiva i cinque figli con vestiti dorati e li faceva danzare e suonare la chitarra a Hollywood Boulevard per guadagnare da vivere. Keanu Reeves arrivava dal teatro. Per preparare il ruolo avevo dato loro da leggere Città di notte di John Rechy, spaccato dagli anni ’30 ai ’60 sulla prostituzione maschile. Keanu andò subito a leggere cinque o sei libri dello stesso autore, River lesse una pagina e lo mise via: gli bastava poco per calarsi nel personaggio, aveva un’intelligenza intuitiva mentre Keanu era più cerebrale.

Ci dice qualcosa del suo nuovo film?

È un progetto che parla di un illustratore disabile di Portland, contribuiva con strisce sui quotidiani. Avevamo quasi la stessa età, è morto cinque anni fa. Inizialmente doveva interpretarlo Robin Williams.