Intervista a Gus Van Sant: “La mia omoaffettività non è politica ma romantica!”

di

Pacato, saggio e persino un po’ timido. Ecco l’intervista al grande regista americano a cui il Museo Nazionale del Cinema di Torino dedica una bella mostra.

CONDIVIDI
1 Condivisioni Facebook 1 Twitter Google WhatsApp
8013 2

PAGINA

Nel 1988 venne a Torino dove vinse il Festival lgbt Da Sodoma a Hollywood con Mala Noche. Che esperienza fu per lei?

È stato un lungo e impegnativo viaggio dall’Oregon. Incontrai molti registi tra cui Gregg Araki che fumava come un turco e ascoltava gli Smiths. Con Gregg Araki andammo a visitare la basilica di Superga in macchina. Ero già stato a Roma ma mai a Torino. È stata una delle prime esperienze di festival di cinema.

gus-van-sant-2In Italia ci sono adesso le unioni civili, che effetto le fa tornare in Italia dopo quasi trent’anni con questa grande differenza?

È bello, mi fa piacere. Nella comunità gay ci sono stati tanti progressi in trent’anni come in altri ambiti ma c’è ancora molto da fare.

Ha recentemente lavorato a una serie tv gay, When We Rise. Ci racconta qualcosa?

L’ho girata lo scorso inverno, è una miniserie di otto ore scritta da Dustin Lance Black. Parla di tre attivisti gay di San Francisco nel lasso di tempo di trent’anni a partire dal 1972. Non è da confondere con Stonewall. Già tre anni fa avevo fatto Boss.

Per lei Donald Trump potrebbe vincere le elezioni?

Fa paura questa eventualità, sarebbe una vera e propria calamità per l’intero mondo. Mio padre dice che non avverrà.

La sua retrospettiva qui a Torino è aperta da Belli e dannati. Uno dei motivi di fascino del film sono Keanu Reeves e River Phoenix…

Dopo Belli e dannati volevo River Phoenix anche in The Major of Castro Street nel ruolo di Clive Jones e in un progetto su Andy Warhol: assomigliava molto a Andy negli anni Cinquanta. Era un grande attore, molto impegnato e immerso nel suo lavoro. Quando spiegavo a lui e a Keanu i personaggi che avrebbero interpretato, lui riusciva a identificarsi nel ragazzo di strada perché lo era stato lui stesso. Il padre vestiva i cinque figli con vestiti dorati e li faceva danzare e suonare la chitarra a Hollywood Boulevard per guadagnare da vivere. Keanu Reeves arrivava dal teatro. Per preparare il ruolo avevo dato loro da leggere Città di notte di John Rechy, spaccato dagli anni ’30 ai ’60 sulla prostituzione maschile. Keanu andò subito a leggere cinque o sei libri dello stesso autore, River lesse una pagina e lo mise via: gli bastava poco per calarsi nel personaggio, aveva un’intelligenza intuitiva mentre Keanu era più cerebrale.

Ci dice qualcosa del suo nuovo film?

È un progetto che parla di un illustratore disabile di Portland, contribuiva con strisce sui quotidiani. Avevamo quasi la stessa età, è morto cinque anni fa. Inizialmente doveva interpretarlo Robin Williams.

Leggi   Ancora omofobia a Torino, secondo il branco "sculettava troppo"

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...