Italia: amarla o lasciarla? Il nuovo doc di Hofer e Ragazzi

Sarà presentato stasera al Teatro Strehler “Italy: love it or leave it” di Gustav Hofer e Luca Ragazzi, videotrip realizzato in giro per il Belpaese alla ricerca di una buona ragione per rimanerci.

Tre anni dopo l’apprezzato documentario "Improvvisamente l’inverno scorso" che tastava il polso a un’Italia latitante per quanto riguarda le leggi a tutela delle coppie gay, vincitore del Nastro d’Argento, Gustav Hofer e Luca Ragazzi tornano a parlare del loro Paese amato/odiato col nuovo lavoro "Italy: love it or leave it", un meditato video-trip lungo lo Stivale a caccia di qualche buona ragione per amarlo o lasciarlo definitivamente. Sarà presentato questa sera alle 20.30 presso il Teatro Strehler nell’ambito del Milano Film Festival, ma si potrà vedere anche in tv su Raitre tra una settimana, mercoledì 21 settembre, in una versione accorciata di mezz’oretta dal titolo "Cercasi Italia Disperatamente". Gustav e Luca lo considerano il loro "secondogenito".

Allora, è un maschietto o una femminuccia?È una femminuccia perché si tratta dell’Italia di oggi. Ci abbiamo lavorato quasi due anni, nasce dalla partecipazione a un progetto di sviluppo che si chiama Documentary Campus e ci ha concesso di trovare finanziamenti presso la rete televisiva Arte, WDR di Colonia, una tv israeliana e Raitre.

Gustav mi ha obbligato a fare questo film, è stato un po’ un aut aut. Io non voglio fare il regista da grande. L’ho realizzato per tenere in piedi il rapporto. Casa e bottega sembrano funzionare anche se bisticciamo spesso perché abbiamo due personalità molto forti.

Ma è vero che l’idea nasce anche dal fatto che avete dovuto abbandonare l’appartamento al Pigneto?Sì, un volgarissimo sfratto. Gustav mi diceva: "È inutile che restiamo a Roma, andiamo a starcene a Berlino come molti nostri amici". Ma per la nostra generazione Berlino rappresenta una possibilità un po’ ingigantita nelle nostre fantasie: gli stessi amici poi ci chiamano dicendo che a loro manca molto l’Italia, lì non trovano né la passione, né un bel clima ma neanche l’elasticità mentale. Ci siamo dati sei mesi di tempo: abbiamo deciso di fare un viaggio attraverso l’Italia a bordo di una serie di vecchie 500 dai diversi colori, a formare un arcobaleno ideale, visto che non riuscivamo a decidere un’unica tinta. Abbiamo svolto una ricerca parallela: Gustav mi mostrava le cose brutte come la monnezza a Napoli, i fascisti sulla tomba di Mussolini e i leghisti a Pontida; io le cose belle. È diventato un viaggio anche simbolico e mentale con un finale onirico.

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Che impressione avete avuto dell’Italia rispetto all’immagine diffusa dai media?Gli italiani sono di gran lunga migliori dei loro governanti. Ci sono tante persone per bene che non vengono rappresentate dai media: volevamo dar loro voce. La realtà è che queste persone pensano di essere sole e perdono la loro forza ma attraverso Internet, per esempio su Facebook, hanno unito le loro energie. Sono quelle che hanno votato contro il legittimo impedimento o hanno fatto vincere Pisapia nonostante il budget esorbitante per la campagna elettorale della Moratti.

Come definiresti "Italy – love it or leave it"?Un documentario dolce e amaro come l’Italia di oggi. Abbiamo cercato di mettere in luce le cose belle, la natura intrinseca degli italiani, ossia un mix curioso di passione, curiosità, genialità, filosofia ma anche fatalismo. È un affresco realizzato incontrando tante persone, alcune famose e altre no, ognuna delle quali è un tassello di questo puzzle, da Torino a Milano, da Napoli a Palermo. Li chiamiamo gli ‘eroi di tutti i giorni’, nella loro quotidianità cercano di migliorare le cose.

Come coppia gay che reazioni avete percepito in giro per lo Stivale?Sulla nostra pelle ci siamo accorti che molte persone possono essere omofobe ma non lo sembrano quando hanno davanti una coppia gay lontana dallo stereotipo che viene veicolato, cioè sono carini, per bene e simpatici. Basterebbe veramente poco affinché la rappresentazione della realtà omosessuale venisse incentivata. In una scena Gustav si lamenta perché in Sicilia quando chiediamo una matrimoniale ci dicono sempre: "Siamo desolati, c’è stato un incidente… Vi diamo due letti separati" e ogni volta dobbiamo spiegare che vogliamo il matrimoniale. All’estero non succede.

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Ma incontrando mussoliniani e leghisti non è emerso nulla di omofobico?C’è poco da fare, sono persone abbruttite e aggressive. La questione omosessuale, però, non viene raccontata in questo film, e non ci siamo presentati come coppia. Abbiamo comunque riscontrato una marcata violenza verbale.

 

Avete incontrato anche Nichi Vendola. Che impressione vi ha fatto?Ha il merito di essere riuscito a parlare in una maniera del tutto diversa ai giovani disillusi e disgustati dalla politica. È stato capace a suo modo di realizzare un sogno: come governatore della Puglia ha fatto una serie di leggi a favore dei giovani. In questo senso è davvero una guerra di giovani contro vecchi: bisogna vedere chi vincerà. Ci è piaciuto quando ha detto che bisogna riconciliare la politica con la cultura. Negli ultimi vent’anni la cultura è stata bistrattata anche per colpa della Lega. È un messaggio molto forte e importante.

Avete cercato anche George Clooney…Siamo andati a Laglio ma Clooney non era nella sua villa. Volevamo regalargli una caffettiera Moka Bialetti: visto che oggi tutti vogliono le capsule per fare il caffè, pare che per colpa sua la concorrenza abbia dovuto delocalizzare alcune fabbriche in Romania. Infatti andiamo anche dagli operai della Bialetti.

Che cosa è cambiato in definitiva da quell’inverno famoso del vostro primo documentario?Dopo "Improvvisamente l’inverno scorso" alcuni critici ci dissero che eravamo disfattisti, ma il tempo ci ha dato ragione. Nulla è cambiato. Anzi, la situazione è peggiorata: oggi gli attacchi omofobici sono quasi all’ordine del giorno anche per colpa della pochezza intellettuale della nostra classe dirigente. Nessuna legge contrasta la violenza ai gay. Andando in giro per l’Italia abbiamo scoperto un lato migliore che non viene rappresentato. Di fatto abbiamo cercato una riconciliazione con il nostro Paese. Effettivamente c’è una società civile che può fare grandi cose. È una nazione davvero bizzarra e contraddittoria: solo da noi è possibile avere Berlusconi ma anche Anno Zero.

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Perché avete scelto di presentare "Italy: love it or leave it" al Milano Film Festival?Perché somiglia ai piccoli festival che amiamo frequentare: attento alle tendenze e ai film d’arte.  Mantiene questa cifra autoriale con una vocazione per le opere indipendenti. Ci sembra un buon trampolino di lancio. I grandi festival sono invece solo vetrine per film prossimi all’uscita. Dopo Milano andremo al festival di Zurigo e a Rio De Janeiro.

E quando uscirà nelle sale tradizionali?Verrà distribuito a partire dalla seconda metà di ottobre grazie alla casa di distribuzione indipendente ZaLab che ha un network di cinema d’essai.