JARMAN, ESTETA MILITANTE

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Dieci anni fa moriva a Londra di Aids il grande regista di "Sebastiane" e "Caravaggio", uno dei pochi registi gay dichiarati e impegnati. Il ToGay lo ricorderà con...

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Dieci anni fa, il 19 febbraio del 1994, moriva a Londra di Aids il grande Derek Jarman. Uno dei pochi, veri, registi gay ‘militanti’ (come Rosa von Praunheim, guarda caso suo coetaneo), parola ora vista con gran sospetto dai propugnatori di ambigue etiche ‘normalizzatrici’. Jarman seppe dare uno scossone a un’Inghilterra ingabbiata dal rigido thatcherismo che voleva mettere a tacere gli omosessuali con la nefasta ‘Clause 28’, una legge che impediva qualsiasi propaganda e diffusione della cultura gay.

“Un ribelle in una nazione di endemico conformismo, un visionario irrimediabilmente sincero” lo definì David Robinson. Seppe provocare, disturbare, scuotere dalle fondamenta un cinema, quello inglese, troppo spesso accademico, formalista e calligrafico attraverso una sensibilità gay fortemente legata alle radici storiche e culturali del suo Paese di cui mise sempre in luce le contraddizioni. Seppe rivoluzionare un genere insabbiato come la cinebiografia rinnovandone il linguaggio e i codici, raccontando finalmente senza pudore l’omosessualità di personaggi storici come Caravaggio, Edoardo II, Wittgenstein e sapendo creare raffinati quadri barocchi in cui si innesta beffarda la modernità (i militi romani che giocano a fresbee in ‘Caravaggio‘, il Gay Pride che irrompe tra l’aristocrazia reale in ‘Edoardo II‘, l’alieno verde che disserta di filosofia nella stilizzata scenografia brechtiana di ‘Wittgenstein‘).

Esteta dell’immagine, purista del colore grazie alla grande esperienza come pittore (uscì dalla Slade School e i suoi quadri vinsero molti premi) fu un grande sperimentatore del mezzo cinematografico, girando persino videoclip per artisti gay o filogay come i Pet Shop Boys (‘It’s a sin’, ‘Rent’) e gli Smiths (‘The Queen is Dead’, ‘Ask’) ma anche Bob Geldof e gli Easterhouse.

Fu uno dei primi registi ad ammettere di essere sieropositivo in una storica intervista a Berlino nel 1988 in cui dichiarò: “me lo posso permettere, sono in una condizione di privilegio: tutti i miei amici che si sono ammalati di Aids hanno perso il lavoro, alcuni sono disoccupati da quattro anni”. Il suo esempio contribuì non poco allo sdoganamento del coming out nel cinema e alla battaglia contro l’intolleranza verso i gay alimentata dal silenzio e dalla reticenza.

Grande ammiratore di Pasolini (che curiosamente incontrò solo una volta, dietro casa sua vicino alla cattedrale di Southwark dove faceva dei sopralluoghi per ‘I racconti di Canterbury’ ma il maestro friulano lo cacciò con uno spiccio “Via, via, sono troppo occupato!”), profondo conoscitore dell’Italia dove visse da piccolo a Salò, Roma, Venezia venendo a contatto col regime poiché il padre fu testimone militare al processo per il massacro delle Fosse Ardeatine (abitò nella capitale nell’appartamento di Ciano, zio del segretario per gli affari esteri di Mussolini e fu sorpreso dal padre a giocare a freccette con le lettere scritte dal Duce), realizzò poi quel ‘Caravaggio‘ anticonvenzionale che il produttore Nicholas Ward-Jackson voleva fare proprio con Pasolini, delle cui opere Jarman adorava “il senso del fallimento sempre presente”.

Ma a differenza di Pasolini, l’omosessualità nei suoi film è spesso solare, oltraggiosamente e orgogliosamente esibita, eroticamente seducente (dai flessuosi corpi nudi dei militi che parlano latino in ‘Sebastiane‘, tentati dalla bellezza del futuro santo mentre si depila o si fa il bagno turco al sesso violento tra un soldato e un giovane nudo sulla bandiera inglese in ‘The Last of England‘).

Sempre affabile, disponibile, antisnob, ossessionato da una t-shirt bianca che indossava continuamente, fu anche un abile giardiniere e passò gli ultimi mesi a coltivare rose nel suo giardino del Kent. Il suo fu un cinema ormai raro: politico, anticonformista, battagliero, originale e personale, che non attecchì mai in America (pare soprattutto a causa di una recensione di Vincent Canby che sul ‘New York Times’ stroncò senza appello ‘The Tempest‘). Il suo testamento è uno dei film più radicali della storia del cinema: 79 minuti di sfondo blu, con la sua voce e degli amici più cari.

Il Festival Gay di Torino ‘Da Sodoma a Hollywood’ di aprile gli dedicherà un omaggio e sarà forse presente il suo Sebastiane Leonardo Treviglio, il British Council organizzerà una piccola retrospettiva a Roma in estate.

Un intellettuale lucido e innovativo, sofisticato e deviante, che non ha avuto veri eredi e che ci manca già da troppo tempo. Nonché uno dei pochissimi registi orgogliosamente gay.

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