Julianne Moore, mamma incestuosa e un po’ ridicola

Nel modesto dramma domestico “Savage Grace” di Tom Kalin la divina Julianne Moore interpreta una miliardaria possessiva che arriva all’incesto pur di “guarire” il figlio gay. A rischio di ridicolo.

Non fa piacere vedere una brava, dotata, incisiva attrice come Julianne Moore in un brutto ruolo di un film mediocre. Ma, ahimè, è proprio quello che capita nel modesto dramma iberoamericano Savage Grace diretto da una figura di spicco del New Queer Cinema, lo statunitense di Chicago Tom Kalin, regista dell’apprezzato Swoon sul caso Leopold-Loeb e produttore di vari lungometraggi a tematica lgbt tra cui Go Fish e Ho sparato a Andy Warhol.

Avevamo visto Savage Grace alla Quinzaine di Cannes 2007 e finalmente, dopo più di un anno, il film di Kalin è riuscito a trovare una distribuzione anche in Italia grazie alla sempre friendly Bim. Tratto da una storia vera che ispirò l’omonimo romanzo di Natalie Robins e Steven M. L. Aronson, diviso in sei atti che si sviluppano in un arco di tempo che va dal 1946 al 1972, è incentrato sulle contorte vicende dell’arrampicatrice sociale russa Barbara Daly, di bassa estrazione sociale ma divenuta assai facoltosa dopo il matrimonio con un magnate della plastica, Brooks Baekeland (Stephen Dillane), ereditiero della fortuna accumulata dal padre Leo, inventore della bachelite. Ma il rapporto tra i coniugi sta franando vistosamente e Barbara è sempre più legata al figlio omosessuale Tony (Eddie Redmayne, lentigginoso e vagamente visconteo) da un rapporto morbosamente esclusivo e, non accettando le sue inclinazioni gay, quasi lo violenterà su un divano nella speranza di "guarirlo". Tanto più che neanche il padre lo accetta, e anzi vede in Tony il riflesso di tutte le sue frustrazioni e ambizioni irrealizzate. Inutile aggiungere che il collasso di questa famiglia altoborghese americana, una delle più ricche del dopoguerra, avrà conseguenze tragiche.

«Sono rimasto colpito dalla straordinaria verità del nucleo della storia dei Baekeland, ma ancora di più dagli echi da tragedia classica» sostiene il regista. «Mi hanno affascinato la malinconica bellezza della vicenda e il conflitto fra eleganza e violenza. […] L’originalità del personaggio di Barbara, tipicamente americano – una self-made woman degli anni ’40, con l’istinto e l’audacia di un giocatore d’azzardo – e la sua brillante ascesa e devastante caduta contenevano, secondo me, tutti gli elementi di un dramma appassionante […] C’è chi pensa che Barbara sia andata a letto con Tony per cercare di "guarirlo dalla sua omosessualità". Ma io credo che la verità sia ben più sottile e complessa. La sessualità era solo uno degli elementi della loro danza rituale di dipendenza e reciproca violenza. Brooks era chiaramente disgustato dall’omosessualità di Tony, e la riteneva alla base del suo fallimento nella vita. L’atteggiamento di Barbara, invece, era più ambivalente: anche se disgustata dal magnetismo carnale e dall’influenza esercitata da Jake su Tony, lei non abbandona il figlio, come fa Brooks.»

Abbiamo amato gli struggimenti amorosi di Julianne Moore in film eccellenti quali Short Cuts, Magnolia, Lontano dal Paradiso ma qui, purtroppo, il suo talento innegabile non è supportato da un ruolo adeguatamente sviluppato e la svolta incestuosa è semplicemente ridicola. Manca poi l’approfondimento psicologico dei personaggi, le cui nevrosi e insoddisfazioni vengono analizzate solo in superficie. E così, dell’algido Savage Grace, nonostante l’ambientazione internazionale fra New York, Parigi, Londra, Cadaqués e Maiorca, restano impressi solo gli abiti ricercati (molto Chanel), le magioni lussuose, le preziose maioliche.

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Qualche brividello gay è garantito dalla seduzione a colpi di sguardi tra il protagonista e Jake, un affascinante ragazzo moro gran consumatore di marijuana: un po’ pochino. 

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