KEN IL ROSSO BATTE ‘PALMODOVAR’

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Almodóvar vede sfumare per la seconda volta la Palma d'Oro che va a 'The Wind That Shakes The Barley' di Ken Loach. Si deve accontentare del premio per...

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Il vento di guerra irlandese batte il solano manchego. La sensazione è pressappoco quella che avevamo provato alla cerimonia degli Oscar dopo la sconfitta di ‘Brokeback Mountain’ come miglior film: una cocente delusione fuori dai pronostici. Pedro Almodóvar, favoritissimo con ‘Volver’ a tal punto da essere ribattezzato sulla croisette ‘Palmodóvar’, neanche questa volta ce l’ha fatta a conquistare il massimo premio, la Palma d’Oro, che va un po’ a sorpresa al film bellico ‘The Wind That Shakes The Barley’ del ‘rosso’

Ken Loach sulla guerra d’indipendenza irlandese contro l’imperialismo inglese negli Anni Venti, vista attraverso gli occhi di due fratelli destinati a separarsi tragicamente. Le ‘cosas de mujeres’ spagnole si devono così accontentare del premio collettivo alle attrici e al riconoscimento come migliore sceneggiatura. Sul palco della cerimonia di chiusura sono salite cinque delle sei attrici premiate (mancava la veterana Chus Lampreave). Carmen Maura ha esclamato felice: «Grazie Pedro per avermi dato questo ruolo. Sono talmente fiera di essere qui che vorrei dedicare la Palma a tutte le altre brave attrici spagnole come noi che non hanno avuto la fortuna di salire la scalinata del Palais».

«Grazie alla giuria e a Pedro, il miglior regista del mondo» ha aggiunto Blanca Portillo mentre per Penelope Cruz «è un dono dividere il premio con queste attrici: è davvero un onore aver fatto parte di questa famiglia». Pedro ha spiegato di aver scritto il film con l’aiuto delle sue sorelle: «Mi hanno fatto ricordare i particolari della nostra infanzia nella Mancia e poi hanno contribuito sul set cucinando ottimi piatti poiché sono delle cuoche straordinarie. Ringrazio tutte le mie ragazze che mi hanno sopportato per tanti giorni, anche quando ero sicuramente più spiritoso di come sono adesso». Lo smacco ha davvero l’amaro sapore della beffa, anche perché Pedro è stato battuto anche da Bruno Dumont con ‘Flandres’, vincitore nel 1999 dello stesso riconoscimento, il Gran Premio della Giuria, con ‘L’Humanité’ che surclassò ‘Tutto su mia madre’ a cui andò la miglior regia. Dumont è comunque un autore estremamente interessante, sa lavorare molto sui volti degli attori, fa un cinema contemplativo scabro e profondo a sua detta «radicale, che fa parte del concetto di diversità» (e il bacio gay de ‘L’Humanité’ è davvero quanto di più ‘diverso’ si possa immaginare).‘Volver’ sta comunque andando bene al botteghino anche se è stato amato più dalla critica italiana e spagnola che da quella francese (Première lo mette solo al quinto posto tra i film più interessanti del mese – in testa c’è ‘Il Caimano’ di Moretti – e Jacques Morice dei Cahiers du Cinéma gli dà solo una stelletta).

Il cinema inglese trionfa non solo grazie a Loach ma anche a ‘Red Road’ di Andrea Arnold, operaContinua in seconda pagina^d

Il cinema inglese trionfa non solo grazie a Loach ma anche a ‘Red Road’ di Andrea Arnold, opera prima di un’esordiente scozzese prodotta da Lars Von Trier, un dramma ‘neodogmatico’ ambientato a Glasgow su una responsabile della sicurezza municipale che vede in attraverso una telecamera di controllo un uomo responsabile, in passato, di un crimine che le avevo sconvolto la vita. ‘Red Road’ vanta la scena hard più choccante del festival, un lungo rapporto sessuale esplicito e realista a cui segue un ‘travaso’ di sperma dal preservativo per simulare uno stupro.

Altro premio collettivo per il migliore attore, andato all’intero cast per lo più magrebino di ‘Indigènes’ che ha cantato in coro l’inno militare del film causando una standing ovation del pubblico. Miglior regia, infine, al multietnico ‘Babel’ di Alejandro Gonzales Iñarritu (’21 Grammi’) in cui appare il neopapà Brad Pitt che non è potuto venire a Cannes per poter assistere al parto in Namibia della sua bambina Shiloh. E riguardo al cinema gay? Ben poco da segnalare in concorso, a parte l’acconciatore dichiaratamente omosessuale di Maria Antonietta nel non riuscito film di Sofia Coppola, autore di sofisticate impalcature himalayane per il capo della viziatissima regina-bambina e oggetto di scherno e battute nella pettegolissima corte («Lo sai? Gli piacciono gli uomini!») .

A parte le splendide scenografie – è stato girato veramente a Versailles – e l’idea originale di contaminare il film con musiche d’oggi per trasformarlo in una sontuosa opera rock (i fan dei Cure si possono gustare la splendida ‘Plainsong’ al momento dell’incoronazione e ‘All Cats Are Grey sui titoli di coda), ‘Marie Antoinette’ ha un grave difetto di fondo, ossia la non contestualizzazione storica, poiché non si esce mai da palazzo e la Rivoluzione Francese è risolta nei cinque minuti del finale (Luigi XVI sembra un ‘Cretinetti’ qualsiasi in odor di impotenza). Anche la trasgressiva favorita del re Madame du Barry, interpretata da Asia Argento, si riduce a una damazza volgarotta e arrivista che provoca invidia e rancore nel gruppo delle ‘vere’ nobili.Clicca qui per discutere di questo argomento nel forum Cinema.

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