Kiki: le identità LGBT raccontate attraverso il Voguing

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Un gruppo di giovani vive la scena del Voguing come soluzione ai problemi dell’esclusione sociale e come occasione di riscatto. Sara Jordenö lo racconta in questo documentario.

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In Italia non ha ancora fatto breccia, eppure il Voguing, ball dance nato negli anni ’60 nei locali gay frequentati dagli afroamericani e rilanciato da Madonna nei ’90 (la hit mondiale ‘Vogue’), è ancora assai praticato nella comunità queer americana, in particolare newyorchese, come ci racconta il significativo documentario Kiki della svedese Sara Jordenö, vincitore del Teddy Award e presentato in italia al Togay e al Festival Mix di Milano.

Kiki - Voguing 2

Nel Voguing, che a un profano può ricordare un po’ una break dance più elaborata, si volteggiano mani e braccia per riprodurre con instant frames da scatto fotografico pose plastiche, si effettuano rapidi movimenti di gambe con flessioni, giravolte e ‘dips’, letteralmente ‘cadute’, con un arto inferiore piegato sotto il corpo e l’altro teso, si balla con scatti decisi e saltelli ritmati. Vi sono quattro stili ufficiali di Voguing (Old Way, New Way, Vogue Femme e Dramatics), ciascuno con precise mosse codificate; i ballerini che lo praticano sono i voguers. Uno storico documentario di culto del 1990, Paris is burning di Jennie Livingston, parlava anche di Voguing e rappresenta la fonte informativa primaria del lavoro della regista che dimostra come intorno ad essa ci sia una vera e propria comunità LGBT strutturata: gli appassionati si radunano nelle Houses, sorta di collettivi queer che realizzano veri e propri show competitivi all’interno di teatri e sale danza che comprendono mix di esibizioni, eccentriche sfilate fashion, canti. Ciascuna House ha un nome – nei titoli di coda scopriamo ‘House of Louboutin’, ‘House of Gaultier’, ‘House of Unbothered Cartier’– e i suoi membri detti ‘children’, figli. La più celebre resta ‘House of Ninja’ dedicata a Willi Ninja, considerato il padrino del voguing per eccellenza: di lui si parla anche in Paris is Burning. Le competizioni hanno regole strette. Se si vince nella propria categoria si è ‘Star’ e si può ambire allo status di ‘Icon’ dopo vent’anni di trionfi.

Will Ninja.
Will Ninja.

In Kiki scopriamo che intorno al voguing esiste un vero e proprio network associativo: questi collettivi organizzano riunioni, meeting di autocoscienza, dibattiti intorno alla condizione LGBT; fanno parte di una rete estesa di associazioni quali la True Colors Fund che si occupa di ragazzi senza casa – in una scena bellissima due voguers di colore si ritrovano alla Casa Bianca al cospetto di Obama che festeggia la legge sui matrimoni gay rendendosi conto di essere i soli di colore – oppure la HEAT per giovani gay.

Kiki - Voguing 4

kiki_mix

Sono commoventi le storie di coming out raccontati da alcune madri, di cui viene colto dalla regista tutto un ventaglio di emozioni che vanno dalla tenerezza alla paura per la reazione spesso negativa dei padri. Le più affezionate vengono nominate ‘house mothers’ e diventano vere e proprie madri surrogate dei voguers, spesso ragazzi cacciati di casa a causa della propria omosessualità non accettata in famiglia.

KikiLa forza di Kiki sta nel riuscire a tirar fuori davvero l’anima dei personaggi – ritratti anche in totale, in silenzio, molto espressivi – che trovano nel voguing un mezzo per affermare la propria identità, e spesso si esibiscono in minishow estemporanei in giro per la città: in una scena chiave un voguer è entusiasta per l’acquisto dei nuovi stivali con zeppe grazie ai quali riesce a mantenere un ‘equilibrio’ anche psicologico, sentendosi uomo a un passo e donna al successivo.

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Speriamo che qualche distributore avveduto noti Kiki (omonimo di una commedia spagnola sul sesso uscita recentemente, non confondetelo!) e riesca a portarlo nelle sale italiane.

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