L’AMBIGUITÀ DELL’ADOLESCENZA

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In "Sweet Sixteen" di Ken Loach, il tenero sedicenne Martin Compston e il suo amico particolare si perdono tra droga e famiglie allo sfascio. Sesso lesbo e divertimento...

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Una piccola cicatrice sotto l’occhio sinistro, uno sguardo con taglio all’orientale per metà Keanu Reeves e per metà Jamie Bell (‘Billy Elliot’), quell’ingenuità cristallina del ragazzotto semplice della profonda provincia scozzese: è Martin Compston, tenero protagonista di ‘Sweet Sixteen‘ (Dolce sedicenne) di Ken Loach, uno dei pochi registi militanti duri e puri, socialmente impegnato per i diritti della working class, da sempre schierato dalla parte dei lavoratori più indifesi.

Martin di anni ne ha in realtà diciotto e più che far l’attore il suo sogno era diventare un bravo calciatore. E’ riuscito a entrare nella squadra del Morton Football Club dopo aver lasciato la scuola di Greenock, nell’Inverclyde, dove conobbe Loach all’audizione per il ruolo del protagonista, sbaragliando centinaia di concorrenti (e il film è stato girato nei pressi di casa sua). E vederlo un po’ spaurito e a disagio in smoking a Cannes, durante la Montée des Marches, faceva davvero tenerezza, tanto più che il ragazzino è andato a un passo dalla Palma d’Oro come miglior attore battuto solo da quel mostro di bravura che è Olivier Gourmet nell’operaista e dogmatico ‘Il figlio‘ dei fratelli Dardenne.
In ‘Sweet sixteen‘ Martin è Liam, un adolescente problematico che vive tra furtarelli e spaccio, indotto al crimine dal padre e dal nonno, con madre cocainomane in carcere. E se sorride, è solo per assicurare i parenti che non si vedano le pillole di droga nascoste nelle gengive. E’ molto amico di un ragazzotto peldicarota smilzo e sboccato (‘Faccia da frocetto’ gli gridano i coetanei) che si lega a lui a filo stretto e quando scopre che Liam lo tradisce si ferisce tagliandosi le guance davanti a lui (e il sottotesto gay tra i due ragazzini è una delle sottili finezze della bella sceneggiatura di Paul Laverty, premiata con la Palma d’Oro).

Liam non vede l’ora di festeggiare i suoi sedici anni con la mamma che sta per uscire dal carcere, compra un prefabbricato di legno per andarci a vivere con lei poiché, dopo uno sgarbo ai parenti, è costretto ad andare a stare dalla sorella che ha un figlio piccolo e che passa il tempo a curare le ferite di Liam dovute ai continui pestaggi. Ma dopo un battesimo del fuoco che è una specie di rito criminale (dimostrare di saper uccidere un uomo) Liam decide di vendicare se stesso e la madre, nel modo peggiore.
Solo un regista come Ken Loach sa guardare l’umanità borderline del proletariato inglese con un’umiltà e un affetto che spesso sfiorano la poesia e se un film come ‘Sweet Sixteen’ non aggiunge quasi nulla al suo cinema fatto di corpi feriti o al lavoro, di identità sfruttate e infelici, essendo comunque un’opera proba ma senza grandi colpi d’ala, non si può non restare conquistati da quanta maestria ci sia nel suo realismo quotidiano, nella sua capacità di tratteggiare con semplicità ed efficacia personaggi presi dalla strada così ricchi di umanità davvero eroica. E basta uno sguardo di Liam, verso il mare, verso la madre, verso il suo dolce amico Pinball per ritrovarne tutta la purezza.

E l’adolescenza (o quel che ne segue) è anche il tema di una scanzonata commedia di Cédric Klapisch che sta avendo un discreto successo anche qui da noi dopo aver raggiunto incassi stratosferici in Francia. Si tratta de ‘L’appartamento spagnolo‘ con Romain Duris e Audrey Tautou, ancora in odor di romanticherie all’Amélie. Un gruppo di ragazzi di mezza Europa (Italia, Francia, Danimarca, Germania, Inghilterra, Spagna) si ritrova in un caotico appartamento di Barcellona per un anno di studi Erasmus ma la convivenza multilingue e multiculturale non sarà per nulla facile. In questo euromarasma c’è anche una ragazza lesbica che si porta in casa la fidanzata belga ma viene sedotta dalla insegnante di flamenco (la scena in cui insegna al protagonista Xavier come si conquistano le donne palpandole nei posti giusti è spassosissima).

Quando arriva il ragazzo di Wendy, la ragazza inglese che nel frattempo si fa allegri giri di lenzuola con un chitarrista spagnolo, suo fratello è costretto a spacciarsi per gay infilandosi nel letto con lui e nascondendo la sorella per non far scoprire la tresca al futuro genero. Intanto Xavier ha una storia con una donna remissiva sposata da poco con un neurologo e decide di lasciare per sempre la sua fidanzata francese.
Se il giovanilismo è uno dei trend del mese, lo stile di questo film è tutto all’insegna del dinamismo più sfrenato: accelerazioni dell’immagine, split-screen, sovrimpressioni; e la storia è tutto un movimento frenetico di zaini, borse, libri, conoscenti, amici, amanti, tra i colori sfavillanti del Parc Guell e il blu intenso del mare di fronte alle strette spiagge di Sitges.
Anche se ci si commuove (in ‘Sweet Sixteen’) e ci si diverte (ne ‘L’appartamento spagnolo’), entrambi questi film su adolescenza e postpubertà, con attori freschi e spontanei, pur meritando una visione, dei rispettivi registi Loach e Klapisch sono alla fin fine opere minori (anzi, minorenni).

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