L’incisivo dramma “Skoonheid” si aggiudica la Queer Palm

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L'intensa opera seconda del sudafricano Oliver Hermanus vince il premio glbt del Festival di Cannes. Apprezzata anche la commedia musicale 'Les bien-aimés' di Honoré ma i film gay...

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È stata un’appassionante sfida a due, la conquista della seconda Queer Palm, il premio lgbt del Festival di Cannes. Se fino all’ultimo sembrava una corsa in solitaria per l’intenso dramma sudafricano Skoonheid (Bellezza) di Oliver Hermanus, è arrivata in chiusura una gustosa commedia musicale che ha scompigliato le carte, l’incantevole Les bien-aimés di Christophe Honoré.

Sulla scia del precedente Les chansons d’amour, ma con più ritmo e grazia, il regista bretone racconta quarant’anni nella vita di Madeleine (Ludivine Sagnier da giovane, quindi Catherine Deneuve), commessa sbarazzina in un negozio di scarpe ma prostituta occasionale per arrotondare, e di sua figlia Vera (Chiara Mastroianni) innamoratasi di un batterista gay (Paul Schneider, mister Brown in Bright Star) che sembra però voler sperimentare un inesplorato côté etero.

Una ronde sentimentale scatenata, un ininterrotto giro di lenzuola tra amanti, primi e secondi mariti sul filo della nostalgia attraverso varie metropoli (Parigi, New York, Montréal), con un meraviglioso attacco – l’incedere delle scarpe vintage ritmato con l’armonia di una danza – che ricorda l’Ozon più camp e scoppiettante. I duetti dialogati e cantati tra madre e figlia, nella vita come sul set, sono semplicemente strepitosi (la Deneuve rimbrottata per il suo meretricio compulsivo!) e per tutto il film soffia un’atmosfera di delizioso sentimentalismo romantico che vira in dramma solo verso il finale.

Il personaggio omosex è così entrato di getto nelle discussioni durante l’ultima riunione di giuria: tutti concordavano sulla qualità complessiva del film ma proprio lo sviluppo narrativo del batterista gay ci ha convinto poco, in particolare per come è trattata la sua presunta sieropositività (è convinto di avere l’Aids senza nemmeno avere fatto il test) nonché per una scena di sesso a tre – lui, il fidanzato e la Mastroianni – piuttosto pretestuosa e pruriginosella. Così l’ha spuntata il ruvido e non conciliante ‘Skoonheid’ che non ha ottenuto l’unanimità per un soffio – una giurata ha votato per Honoré – ma è stato apprezzato per aver trattato con profondità il tema dell’omofobia interiorizzata senza facili scorciatoie ("un film anche antipatico" come l’ha definito l’ottima presidentessa di giuria Elizabeth Quin) e affrontando la deriva violenta del protagonista senza voyeurismi né compiacimenti estetici. Abbiamo anche constatato l’esiguità dei film a piena tematica glbt – stesso problema dell’anno scorso sulla Croisette – tant’è che nella rosa dei premiabili non è stato preso in considerazione nessun altro film a parte l’apprezzamento di un giurato per ‘La piel que habito’, il thriller gender e chirurgico di Pedro Almodóvar.

All’informale cerimonia di premiazione sulla spiaggia Chérie Chéri su cui incombeva incastonata nella sabbia una slitta simil-Rosebud di Quarto Potere, sono stati l’attrice e produttrice Julie Gayet e il regista portoghese João-Pedro Rodrigues a consegnare a un emozionato Oliver Hermanus la Queer Palm 2011. «Grazie agli organizzatori e alla giuria per questo premio molto importante per il cinema – ha argomentato Hermanus – Quando abbiamo fatto questo film, dovevamo trattare problemi radicali in Africa del Sud e sono molto felice di beneficiare di così tanta fiducia qui a Cannes. Vogliamo mostrare il film in Africa del Sud ma sappiamo che avrà un effetto dirompente sul pubblico perché tratta di un personaggio che non accetta la propria sessualità, fatto che avviene in tutti i Paesi del mondo dove le persone rifiutano di accettare ciò che sono. Penso che sia davvero incredibile ricevere un premio come questo che celebra ciò che siamo».

Per quanto riguarda il Palmarès ufficiale, la Palma d’Oro più che annunciata va al magniloquente The Tree of Life di Terrence Malick mentre il Grand Prix è spartito tra il belga Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne e il turco C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan. Il premio della giuria è andato al francese Polisse di Maïwenn sulla brigata della polizia parigina che si occupa di minori (un tema dominante di quest’edizione, quello dell’infanzia maltrattata) mentre il riconoscimento per la miglior regia se l’è accaparrato l’emergente talento danese Nicolas Winding Refn, autore del filoqueer Bronson, per l’adrenalinico Drive su uno stuntman che di notte diventa autista per bande criminali: il protagonista Ryan Gosling, per festeggiare, ha baciato appassionatamente sulla bocca il suo regista al photocall dei vincitori.

Miglior attore il fascinoso Jean Dujardin per la commedia muta e in bianco e nero The Artist mentre tra le attrici ha prevalso l’eccezionale Kirsten Dunst in Melancholia di Lars Von Trier, misterioso, nichilista, respingente dramma apocalittico diviso in due parti non omogenee – molto meglio la prima: il prologo è magnificamente visionario – in sostanza non un brutto film ma sotto gli standard del maestro danese, espulso dal festival per le sue farneticanti dichiarazioni su Hitler e Albert Speer (e la giuria ci ha visto giusto, ignorando il delirio mediatico a questo proposito e valutando l’interpretazione della protagonista indipendentemente da ciò). La Dunst è straordinaria nell’incarnarsi nella neo sposa disillusa e depressa Justine, precipitata in rovina esistenziale nel giorno stesso delle nozze – esilarante l’organizzatore gay Udo Kier che non vuole guardarla in faccia perché "ha distrutto il mio matrimonio" – ma sarà in grado di affrontare nientemeno che la fine del mondo minacciata dal pianeta Melancholia in rotta di collisione con la Terra dimostrando più equilibrio della sorella apparentemente razionale Claire (Charlotte Gainsbourg, sempre notevole), tranquillizzando il nipote grazie all’idea di una ‘capanna magica’ che potrebbe salvare loro la vita. Un folle delirio ansiogeno che si perde nell’inerzia affossante del secondo tempo ma ha una strana (e malsana) capacità evocativa che lo rende un ‘oggetto’ cinematografico davvero particolare, in grado di distruggere se stesso – e il suo autore, per colpa del suo deprimente hara-kiri in conferenza stampa – nell’ultima inquadratura frontale: è la fine del cinema, bellezza!

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