L’INSOSTENIBILE MALE GAY

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Anteprima milanese per l'agghiacciante 'Elephant' di Gus Van Sant. Dai punti di vista dei vari personaggi, l'efferata strage in un liceo americano ad opera di due ragazzi gay.

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MILANO – «Come si distingue un gay da un eterosessuale?» «I gay mettono vestiti rosa e collane arcobaleno». «Ma se scoprissero che l’omosessualità è genetica?» «In tal caso si potrebbe modificare il gene e ottenere guadagni economici riducendo i montoni gay dell’Oregon, per esempio». Un’ allucinante discussione della Gay&Straight Alliance in un scuola di Portland viene interrotta da spari di mitra: due ragazzi forse gay, armati fino ai denti, vagano per i corridoi, scelgono le loro vittime ma forse sparano a caso, senza scomporsi fanno una strage.

Dall’allarmante ‘Elephant‘ di Gus Van Sant, trionfatore a Cannes con doppia Palma d’Oro per il miglior film e la miglior regia, presentato in una affollata anteprima a Milano per la rassegna ‘Cannes e dintorni’, si esce con una sensazione di forte disagio. Perché raramente il male è stato rappresentato al cinema con un’asciuttezza, una radicalità distante, un senso di straniamento così particolari. Gus Van Sant, regista indipendente di Portland (dove ha ambientato ‘Elephant’ e ‘Mala Noche’), gay dichiarato, autore del cult ‘Belli e dannati’ con Keanu Reeves e ‘Da morire’ con Nicole Kidman, sta tentando interessanti vie sperimentali con piccole produzioni autoriali come il curioso ‘Gerry’ inedito in Italia e presentato a Locarno, con Matt Damon sperduto nel deserto.
Ispirandosi alla tragedia del liceo di Columbine, dove nel giugno 1999 due ragazzi di 16 e 17 anni uccisero 12 studenti, un insegnante e se stessi, Van Sant descrive analiticamente i fatti, mostrandoli dal punto di vista di vari personaggi che presenta in capitoli con i loro nomi, attraverso lunghi piani sequenza, grandangoli fissi, improvvisi e leggeri rallentamenti dell’azione, un uso particolare del suono e delle musiche come se uscissero dalla testa dei ragazzi (le voci che si sommano nella mensa e diventano assordanti, la musica di Beethoven che si mescola a temi contemporanei).

Le piccole storie si intrecciano ma in realtà sono indipendenti, il loro rapporto causale è quasi insignificante, velleitario, meno importante del fatto che avvengono nella stessa manciata di minuti. E’ una sequenza di minime violenze psicologiche, apparentemente senza conseguenze, come i pettegolezzi sulla prima vittima, una ragazzina timida e brutta che non vuole indossare i pantaloni corti per la ginnastica, definita dalle compagne maligne ‘looser’, perdente (l’unico danno pratico avviene nella prima scena del film, un tamponamento causato da un padre ubriaco che, non a caso, è interpretato dal sosia di George Bush, Timothy Bottoms, il cui figlio intuirà per primo la strage salvandosi). L’elefante è infatti anche il simbolo del partito repubblicano americano ma soprattutto il tema di uno dei disegni fatti dal ragazzino killer bruno che ha appeso in camera sua.
Van Sant mostra quanto sia facile per un minorenne farsi arrivare a casa via Internet un Uzi da guerra (come Michael Moore nell’esemplare ed oscarizzato documentario ‘Bowling for Columbine’), ci ricorda che Hitler prese l’idea del saluto nazista da Mussolini, ci fa vedere la pianificazione del massacro con tanto di mappa in cui mensa e biblioteca sono i luoghi chiave, ma non cerca spiegazioni: riesce invece a creare un’atmosfera pneumatica di crescente angoscia, una lucida e raggelata rappresentazione che sottrae progressivamente umanità alle banali vicende di ordinari adolescenti americani sani ma afflitti (tre ragazze si mettono addirittura a vomitare insieme in bagno dopo il pranzo per paura di ingrassare). Unico barlume di sentimento, di vera comunicazione, un bacio gay sotto la doccia dei due killers prima dello sterminio: «Oggi forse moriremo. Hai mai baciato nessuno?» «No.»

Interpretare il film come la vendetta delle vessazioni subite da due adolescenti omosessuali sarebbe ovviamente riduttivo ma indubbiamente l’accanimento finale (peraltro aperto) contro l’unica coppia etero del film fa riflettere.
‘Elephant’ non meritava la Palma d’Oro come miglior film (è meno bello dell’imponente teorema sui meccanismi scoperti del potere messo in scena da Lars Von Trier nel suo ultimo capolavoro, il crudele inno antiamericano ‘Dogville‘ che è puro Metodo e impuro Brecht fusionale, completamente ignorato dalla giuria) ma è un film importante, scomodo, necessario. Non c’è però poesia nello sguardo di Van Sant, non c’è alternativa creativa, non c’è senso del dolore. Sembra che il cinema contemporaneo, di fronte alle violenze sempre più efferate dei nostri giorni sia incapace di dare chiavi di lettura, possibilità di interpretazione: forse anestetizzato dalla tv satura di cronaca nera cerca la via dell’iperrealismo, del bestiario da Grande Fratello, dell’entomologia sociale dei gruppi umani (come in ‘Dogville’).
La scena più bella di ‘Elephant’ è la doppia ripresa della bruttona (più lenta dal punto di vista suo e più veloce da un punto di vista geometricamente opposto) che improvvisamente si mette a correre forse perché è in ritardo ma forse per entrare nel raggio visivo dell’unico ragazzo buono mentre viene fotografato ma un analogo ‘clic’ scatenerà lo sterminio facendole esplodere il capo contro una libreria mentre in una delle foto sviluppate si nota una strana analogia con qualcosa che sembra uscire da una testa.
‘Elephant’ è stato comprato dalla BIM e dovrebbe uscire in Italia durante l’inverno.

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