L’orgia creativa di Gonzalez vince il Milano Film Festival

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"Les rencontres d'après minuit" premiato come miglior lungometraggio della neomaggiorenne cinekermesse milanese. Steve McQueen trionfa a Toronto, standing ovation per "Dallas Buyers Club" di Vallée.

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All’ultimo Festival di Cannes ci aveva sorpreso per la creatività un po’ folle e la bizzarra presenza di un inedito Eric Cantona nei panni di un poeta-stallone coinvolto in un’orgia continuamente procrastinata nell’appartamento di una cameriera gender. Adesso anche l’Italia ha scoperto la cinescheggia impazzita Les rencontres d’après minuit (Gli incontri a tarda notte) di Yann Gonzalez, lungometraggio vincitore del neomaggiorenne Milano Film Festival, conclusosi domenica sera con la cerimonia di premiazione nella Sala Grande del Teatro Strehler.

La giuria composta dal regista e produttore francese Davy Chou, dalla programmatrice della Berlinale Anna Henckel-Donnermarck e dal regista Cosimo Terlizzi è stata letteralmente conquistata da quest’insolita opera citazionista che si colloca tra Robbe-Grillet e Buñuel: “La fiction ha il potere di trasportarci in luoghi mai visti, a noi ignoti – spiega la motivazione -, luoghi che non potremmo nemmeno immaginare. Ma gli artisti sono qui per immaginare questi luoghi per noi. Nella sua pellicola Les rencontres d’après minuit, Yann Gonzalez ci porta in un luogo lontano dalla nostra vita quotidiana, con tramonti di cartone, notti americane e cimiteri costruiti in studio”.

“Ciò che sembra iniziare come un incontro segreto per un’orgia – continuano i giurati – si trasforma in una visione utopica di una potenziale famiglia. La storia è complessa e si sviluppa su diversi livelli, toccando temi quali il dolore, la morte, il trauma, la poesia e la bellezza. Ma il fil rouge che attraversa tutto il film è l’amore. L’amore è un argomento trattato continuamente dal cinema: la ricerca dell’amore, la lotta per l’amore, la perdita dell’amore. Qui, invece, è diverso: si tratta dell’atto di donare amore. Senza chiedere nulla in cambio. Accogliendo ogni ospite senza giudicare e senza volerli cambiare, con tutte le loro ferite e debolezze. Offrendo ascolto, attenzioni e affetto, baci pieni di tenerezza. Questioni come la bellezza, l’età o il genere sono obsolete, nemmeno l’egoismo trova più posto. La lussuria è espressione di vitalità, la sessualità solo un’altra forma di comunicazione. Gonzalez fa scelte coraggiose in materia di estetica e dialoghi, è coraggiosa la trama assurda che sviluppa e la visione che ci presenta. Ha una voce molto speciale. E ci fa di nuovo credere nel magico potere del cinema”.

L’altro ieri si è concluso anche l’affollato Toronto Film Festival, il cui prestigio internazionale cresce di anno in anno insidiando la pressoché contemporanea Mostra di Venezia. Ha trionfato proprio il titolo che il direttore di quest’ultima, Alberto Barbera, avrebbe voluto con tutte le sue forze: 12 Years a Slave di Steve McQueen, regista del controverso Shame. Si è infatti aggiudicato l’ambito People’s Choice Award 2013, ossia il premio del pubblico (Toronto non ha una competizione ufficiale). Tratto dall’omonima autobiografia di Solomon Northup, racconta la vera storia di un violinista di colore che nel 1841 fu rapito e venduto come schiavo da destinare a una piantagione di cotone in Louisiana. Già si parla di ’12 Years a Slave’ come del favorito ai prossimi Oscar grazie anche a un top cast che pare faccia davvero faville: Chiwetel Ejiofor, Brad Pitt e Michael Fassbender.

Tra i film più applauditi segnaliamo il drammatico Dallas Buyers Club che ha addirittura ottenuto una standing ovation al termine dell’anteprima mondiale. Diretto dal canadese Jean-Marc Vallée, autore dell’apprezzato C.R.A.Z.Y., questo suo nuovo lavoro affronta una tematica che il cinema queer contemporaneo sta colpevolmente trascurando, l’Aids (ma qualcosa sta fortunatamente cambiando: al Festival di Locarno ha vinto tre premi un doc autobiografico d’autore di 164 minuti, ‘Ed ahora? Lembra-me’ ossia ‘E adesso? Ricordatemi’ del portoghese Joaquim Pinto su un anno di terapie effettuate dal regista stesso, affetto da HIV).

Dallas Buyers Club racconta la storia vera dell’elettricista texano Ron Woodroof, interpretato da un impressionante Matthew McConaughey dimagrito di ben 23 chili, che negli anni ’80 scoprì di essere malato di Aids ma non si rassegnò alla ferale diagnosi medica che gli preannunciava un mese di vita: riuscendo a importare medicine illegali dal Messico, riuscì a sopravvivere altri sei anni, fondando il club del titolo diventato simbolo della lotta contro le imposizioni dell’industria farmaceutica americana. In un ruolo secondario troviamo il talentuoso Jared Leto, anch’egli alle prese con una irriconoscibile trasformazione: interpreta infatti la scheletrica trans Rayon che Ron conosce in ospedale e con cui collaborerà nella creazione del ‘Dallas Buyers Club’.

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Potremo vederlo in Italia dal 3 gennaio 2014 distribuito dalla Good Films.

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