L’Oscar è donna: trionfa Kathryn Bigelow

Con sei statuette vinte, il bellico ‘The Hurt Locker’ schiaccia il gigantismo di ‘Avatar’ che si accontenta di tre premi tecnici. Colin Firth cede il passo a Jeff Bridges, due premi a ‘Precious’.

Sei del mattino ora italiana. Il palco del Kodak Theatre si illumina della presenza di Barbra Streisand, sorridente e matronale, amabilmente retta da un damerino per fare i tre gradini che la separano dal microfono.

"Dei cinque straordinari candidati di questa sera il vincitore potrebbe essere per la prima volta… Una donna! Oppure, sempre per la prima volta, un afroamericano…" La tensione cresce, ma già si intuisce l’epilogo: "Il vincitore è… Beh, il momento è arrivato: Kathryn Bigelow!!!"

Per la prima volta in 82 anni, infatti, il miglior regista è una donna – tra l’altro: 58 anni portati benissimo – che con un piccolo, intenso film di guerra, The Hurt Locker, schiaccia il favorito Avatar aggiudicandosi sei statuette (migliore pellicola, regia, sceneggiatura, montaggio, missaggio e editing sonoro), il doppio del kolossal fanta-digitale dell’ex marito James Cameron (effetti visivi, scenografia e fotografia), massimo incasso assoluto della storia del cinema con più di due miliardi e mezzo di dollari. "È il giorno più bello della mia vita" ha esclamato la Bigelow tra le lacrime. "Dedico il premio a tutti gli uomini e le donne che portano un’uniforme in ogni parte del mondo".

Vince una forte idea di cinema, a basso budget – 12 milioni di dollari, il meno costoso vincitore nella storia dell’Academy – sorretta da una regia nervosa e dinamica, con molta camera a mano post-dogmatica e un montaggio serrato per raccontare di un pool di artificieri statunitensi durante la guerra in Irak (The Hurt Locker significa ‘la scatola del dolore’ ed è il contenitore coi resti dei caduti). Un tema attualissimo, trattato con sensibilità femminile ma mano maschile – quindi in un certo senso gender – che ha conquistato i votanti più delle evoluzioni tecno rivoluzionarie del grande sconfitto Avatar.

Colin Firth non l’ha spuntata come miglior attore per A Single Man, battuto come da pronostico dal cantante country alcolista interpretato da Jeff Bridges nel melenso Crazy Heart, accolto con una standing ovation dalla platea. Un imbalsamato Tom Ford ha presentato con Sarah Jessica Parker, avvolta in Chanel Couture oro con ricamo argento, l’Oscar per i migliori costumi andati a Sandy Powell per ‘The Young Victoria’. Sul tappeto rosso, Tom Ford ha espresso il desiderio di tornare subito alla regia dopo A Single Man ("è fantastico essere qui, mi è piaciuto tantissimo fare questo film: non ho mai creduto nel farsi intimidire, nella paura, se si vuole fare qualcosa bisogna provare").

Una coppia di conviventi gay compare invece nel miglior corto di finzione, il darkeggiante The New Tenants di Joachim Back e Tivi Magnusson, un minithriller satirico su due uomini che scoprono a loro spese la storia terrificante dell’appartamento in cui si sono da poco trasferiti.

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Tra i pochi momenti queer, il sentito «Baci benissimo!» rivolto a Meryl Streep dalla migliore attrice Sandra Bullock per il drammatico The Blind Side, giusto per compensare gli antipodi del Razzie Award vinto il giorno prima come peggiore interprete nella commedia All About Steve. Anche i due presentatori Steve Martin e Alec Baldwin – piuttosto esilaranti in una cerimonia scenograficamente vintage senza grandi fasti – hanno parodiato una scena di Paranormal Activity dormendo insieme in un letto matrimoniale infestato da improbabili presenze sovrannaturali.

Si è difeso bene l’indipendente Precious diretto dal cineasta gay di colore Lee Daniels (ha adottato col suo compagno due gemelli tredicenni), vincitore della statuetta come migliore sceneggiatura non originale e attrice non protagonista, la mamma-orco sofferente splendidamente interpretata da Mo’Nique.

Una delle poche sorprese della serata è stata, nella categoria miglior film straniero, la sconfitta inattesa di Il nastro bianco a favore dello sconosciuto argentino El secreto de sus ojos di Juan José Campanella presentato da un argenteo Pedro Almodóvar che ha ironizzato con Quentin Tarantino: "Mi piacciono i tuoi film ma non capisco che cosa dicono!".

Due Oscar parlano italiano: la miglior fotografia, il calabrese Mauro Fiore per Avatar (ha urlato un patriottico: ‘Viva l’Italia! Un grande abbraccio!’) e Michael Giacchino per la colonna sonora del miglior film d’animazione, Up.

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Se questa edizione resterà nella storia come una delle più ‘femministe’ in assoluto, non così memorabili sono stati gli abiti delle star: nel baratro fashion, spiccano il pastrocchio di balze firmato Marchesa indossato da Vera Farmiga (definita ‘Oscar per la miglior bomboniera’ da una giornalista di Sky), le forchettine e i bulloncini appesi sul raso ‘doppio tec’ nero Prada di Carey Mulligan e la moka gigante Yves Saint-Laurent scelta da Kate Winslet. Perfetta, invece, una ringiovanita Demi Moore con un abito Versace atelier rosa.