L'”Urlo” di Ginsberg, da poema visionario a visione poetica

Il capolavoro poetico di Allen Ginsberg diventa un affascinante film sperimentale da fine agosto al cinema. James Franco incarna il guru gay della beat generation con un’interpretazione da Oscar.

Il poema visionario diventa visione poetica: è davvero un affascinante e insolito "oggetto" cinematografico, questo Urlo dei valenti documentaristi Rob Epstein e Jeffrey Friedman in uscita per Fandango il 27 agosto. Rappresenta il tentativo riuscito di traslare in immagini quel caposaldo fondativo della cultura beat che è il magistrale poema Howl, per l’appunto Urlo, del guru Allen Ginsberg, anima gay del movimento, che col compagno di vita Peter Orlovsky, scomparso il 30 maggio scorso, formava un’ammirata coppia "che bruciava d’amore e poesia" come la definì Fernanda Pivano, sodale eco italiana della beat generation. Fu proprio lei a tradurre L’Urlo e altri poemi nel 1964 per Mondadori (oggi si può trovare Urlo in edizione tascabile Saggiatori insieme a Kaddish, il toccante lamento funebre dedicato alla madre di Ginsberg morta in manicomio).

"Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte da pazzia, affamate, isteriche, nude, trascinarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia". Così inizia questo lirico distillato lisergico nato sotto effetto di sostanze psicotrope ma più lucido e creativamente ispirato che mai, vero atto d’accusa nei confronti della voracità matrigna del sistema capitalistico statunitense, definito senza mezzi termini "Moloch", responsabile dell’incipiente fallimento dell’illusorio sogno americano. Ma si tratta anche di una profonda ricerca espressiva sempre ai margini del delirio psicotico, una ballata vibrante e psichedelica dove realtà e immaginazione, razionalità e follia diventano humus indistinguibile di una straordinaria vena poetica borderline: la terza parte di Howl è indirizzata a Carl Solomon, conosciuto nell’ospedale psichiatrico di Rockland dove fu ricoverata la madre di Ginsberg, a cui confida il dolore straziante provocato dal disagio mentale.

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Incentrato sul processo per oscenità che scandalizzò l’America più benpensante e puritana, affrontato nel 1957 da Lawrence Ferlinghetti, editore di Ginsberg, Urlo è strutturato su tre diversi piani narrativi intrecciati fra di loro: la figura dell’autore che legge per la prima volta il poema nella Six Gallery di San Francisco e in un secondo tempo viene intervistato; il processo con cinquanta intellettuali pronti a difenderlo e un’insegnante d’inglese (Mary-Louise Parker) che reputa il poema osceno; la rappresentazione onirica del poema stesso, sotto forma di sofisticate animazioni orwelliane realizzate dal talentuoso graphic-novelist newyorchese Eric Drooker.

Per incarnare il poeta beat, non poteva essere scelto meglio James Franco (Milk), che mette tutto se stesso in un’interpretazione da Oscar, abilissimo com’è nel ricreare l’eloquio trascinato di Ginsberg, la sua foga disperatamente speranzosa, lo sguardo che si illumina inquieto al primo guizzo creativo. Le storie sentimentali gay di Ginsberg – Neal Cassady è Jon Precott mentre Peter Orlovsky ha il volto di Aaron Tveit – sono poco più che accennate e risultano solo uno stimolo di fondo al processo di creazione poetica dell’artista.

Se lo spettatore riuscirà a immergersi nel flusso a tratti ipnotico delle immagini, potrà realmente vivere un fantasmagorico viaggio alle radici del concetto di ispirazione in grado di rendere sullo schermo quello spirito libertario ma anche dolente che caratterizzò la controcultura beat, la cui produzione letteraria rappresentò il più incisivo grido di autoaffermazione, anzi urlo, contro il conformismo imperante negli anni ’50.

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Da vedere assolutamente.

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