La “bellezza” sudafricana affascina Cannes

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Un vigoroso dramma gay del giovane Oliver Hermanus, "Skoonheid" ("Bellezza"), si merita cinque minuti di applausi. Violenza e omofobia interiorizzata per l'ossessione amorosa di un papà quasi cinquant

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È il primo film girato nella ruvida lingua Afrikaans che si sia mai visto in selezione ufficiale a Cannes e il quinto in assoluto proveniente dal Sudafrica. Si intitola Skoonheid (Bellezza) ed è l’opera seconda di un giovane regista nato a Cape Town, il ventottenne Oliver Hermanus. Alla proiezione ufficiale in Sala Debussy gli sono stati riservati cinque giusti minuti di applausi, mentre i vari componenti del cast si abbracciavano emozionati. Tra di loro brillava di luce propria la rivelazione del film, il sublime Charlie Keegan (in foto), occhi blu oceano dal taglio perfetto, oggetto del desiderio di François, corpulento padre di famiglia titolare di una segheria, apparentemente quieto ma in preda a forti frustrazioni esistenziali e dal gomito ballerino – leggasi semialcolizzato – interpretato con i giusti sottotoni dall’espressivo Deon Lotz.

Tutto faceva pensare a un melò strappalacrime già visto e rivisto: lui sposato che si invaghisce del bellone irraggiungibile e si strugge macerandosi nell’impossibilità di averlo. Invece Skoonheid è un dramma piuttosto selvaggio, dal fascino torbido, asciutto e onesto nel tratteggiare a tutto tondo il personaggio di François, consapevole di essere gay (non sfiora la moglie ormai da tempo) ma dall’omofobia interiorizzata: una delle scene più belle è un raduno di amici che si turbano quando uno di loro accompagna un aborigeno piuttosto effemminato ("Non vogliamo pazze né meticci"), a cui segue un’ammucchiata ferina e realistica, forse una delle scene di sesso gay più d’impatto vista recentemente al cinema. Ma l’attrazione per il bel Charlie che frequenta la figlia ribelle, a sua volta figlio di un amico perso di vista, porterà a un’irrefrenabile spirale di violenza che renderà esplicita la contraddizione tra ragione e istinto, aderenza alle convenzioni sociali e libertà amorosa – lo sguardo di François che osserva i due ragazzi che si baciano al diner vale il film – motivo della tortura profonda dell’egodistonico François (c’è una scena clou di cui non vi anticipiamo nulla, girata con una straordinaria intensità alla Dumont ma per nulla voyeuristica).

E la forza di Skoonheid sta anche nell’efficace realismo con cui si racconta una non banale storia di ossessione amorosa e sopraffazione in grado di mettere in luce la questione omofobia in un Paese africano per altro all’avanguardia riguardo ai diritti gay (i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali dal 2006).

Due parole infine su una commediola autobiografica in digitale passata alla Semaine de la Critique, My little Princess (La mia piccola principessa) l’esordio registico dell’attrice e modella Eva Ionesco, la più giovane pin-up ad apparire nuda su Playboy, all’età di soli undici anni. Con un registro piuttosto scanzonato che non sfocia mai realmente nel dramma famigliare, si racconta infatti del rapporto controverso di Violetta (la minilolita Anamaria Vartolomei) con l’infantile madre Hannah (Isabelle Huppert, sempre eccezionale) che trasforma la figlia in una micro-modella di successo ma viene interdetta dai servizi sociali perché Violetta viene fotografata nuda dalla genitrice.

Restano impressi i costumi sgargianti vistosamente baby camp, qualche eccentrico party queer nell’ambiente artistico che ruota intorno ad Hannah ma ci si perde dietro le edipiche schermaglie conflittuali che vorrebbero evocare il viscontiano Bellissima ma non assumono mai un vero spessore dietro ai pizzi e ai lazzi della vita bohèmienne delle protagoniste. Un divertissement alla fin fine innocuo e senza alcun guizzo a parte l’energica interpretazione della Huppert.

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