LA BERLINALE IN ROSA

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La 57a Berlinale (8-18/2) trasuda queerness: l’atteso ‘The Bubble’ di Eytan Fox, il ritorno di Ozon, Téchiné, Schrader e molti documentari gay. Apre ‘La vie en rose’ di...

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Il primo grande festival europeo dell’anno è anche quello più gay tra i non specialistici: la 57a Berlinale (8 – 18 febbraio) diretta dal friendly Dieter Kosslick, pronta a riscattare l’immagine un po’ appannata dovuta all’edizione sottotono dell’anno scorso, ha in serbo vari pezzi da novanta alcuni dei quali dichiaratamente queer, tutti in competizione per il tradizionale Teddy Award.

C’è già fibrillazione per il nuovo di Téchiné Les Témoins (I testimoni), dramma a mosaico su Aids e dintorni ambientato negli anni ’80 con echi del precedente Niente baci sulla bocca di cui ricompare la sensuale protagonista Emmanuelle Béart. Ma potrebbe essere l’occasione ideale soprattutto per lanciare a livello internazionale la rivelazione nostrana Lorenzo Balducci che abbiamo potuto ammirare in Ma l’amore…sì! e che sarà il protagonista del prossimo Carlos Saura Io, Don Giovanni. In Les Témoins, l’attore romano interpreta un giovane gay, l’australiano Steve, che si reca a Parigi per conoscere la famiglia del suo ex venuto a mancare. Si legherà però a un medico cinquantenne, Adrien (Michel Blanc), conosciuto tramite Julie, la sorella appassionata di lirica del protagonista Manu (Johan Libéreau, protagonista del bisex ‘Douches Froides’ inedito in Italia), un ventenne gay che si trova nella capitale francese in cerca di un lavoro, al cui fascino non resta indifferente Mahdi (l’attore maghrebino Sami Bouajila di La strada di Félix), poliziotto sposato e neopapà.

In concorso troviamo anche un conterraneo di Téchiné, lo sperimentatore François Ozon che gioca la carta del film etero in costume con Angel, tratto da un romanzo dell’inglese Elizabeth Taylor (!) su ascesa e decadenza di una scrittrice inglese d’inizio ‘900, Angel Deverell, interpretata dalla ventiquattrenne di Southwark Romola Garai (Scoop, Amazing Grace). Romanticismo e crinoline per un carattere «di cui mi sono innamorato: mi divertiva, mi affascinava e mi toccava nel profondo» spiega Ozon. «Mi ha ricordato Scarlett O’Hara, un personaggio che, come dicono gli inglesi, si ama e si odia allo stesso tempo».

Molto atteso, fuori concorso, il thriller saffico Notes on a Scandal di Richard Eyre, forte di quattro candidature all’Oscar, sull’innamoramento folle di una professoressa luciferina, Judi Dench, a quanto si dice bravissima, per la svagata neocollega Cate Blanchett.

L’intrigo con sfondo sessuale è uno dei refrain di quest’edizione…

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L’intrigo con sfondo sessuale è uno dei refrain di quest’edizione, tant’è che un altro peso massimo tra i film presentati, The Walker, necessariamente fuori concorso perché il regista Paul Schrader è il presidente della giuria, racconta di un accompagnatore gay di dame altolocate che si trova nei pasticci quando una delle sue clienti, sposata a un senatore liberale, scopre il cadavere assassinato del suo amante. Cast extralusso (Woody Harrelson, Lauren Bacall, Kristin Scott Thomas, Willem Dafoe e Moritz Bleibtreu) e la garanzia doc di un buon regista e un ottimo sceneggiatore – è Schrader la ‘penna’ dei capolavori di Scorsese Toro scatenato e Taxi Driver – che ha già testato l’argomento nel celeberrimo American Gigolo.

Ma, come tutti gli anni, è la sezione Panorama il naturale asilo di molti film GLBT. L’esimio direttore Wieland Speck, che dirige con pugno di ferro questa sezione da 15 anni, spiega che «l’argomento dell’identità sessuale è diventato più complesso. Se c’è una crescita dell’informazione a riguardo, la relazione tra individuo e società è segnata da una crescente paranoia e molti film trattano proprio di questo». Tra i titoli più succulenti, il nuovo lavoro del regista di Yossi & Jagger Eytan Fox The Bubble, ambientato in quella sorta di ‘bolla di pace’ che è Sheikin Street e i suoi dintorni in quel di Tel Aviv. Una coppia gay, Noam e Yali, convive con la ragazza etero Lulu, commessa in un Body Shop. La routine quotidiana, tra il caffè gestito da Yali e il negozio di dischi dove lavora Noam, ha un improvviso scossone quando Noam conosce il palestinese Ashraf che fa la sentinella in un posto di blocco verso la Cisgiordania e se ne invaghisce.

Spulciando tra le altre proposte queer ecco il thriller politico Surveillance di Paul Omerland, l’amore tra uno scrittore di mezz’età e un diciannovenne (l’ungherese Man in the Nude di Karoly Esztergalyos), le bizzarrie transgender (il sudcoreano Like a Virgin su un fan di Madonna che vuole cambiare sesso).

Torna anche il cinema lesbico indipendente, ultimamente un po’ latente, grazie a tre opere interessanti: nella commedia americana Itty Bitty Titty Committee di Jamie Babbit un gruppo di femministe radicali punk, le C.I.A. (acronimo di Clits in Action ossia ‘Clitoridi in Azione’) rischia di sciogliersi per contrasti e disamori. Nel cast la superdyke Guinevere Turner e la sbarazzina Clea DuVall. Un curioso thriller esoterico è invece Spider Lilies di Zero Chou, incentrato su un misterioso quadro raffigurante il giglio del ragno d’oro, fiore che simboleggia il sentiero per l’aldilà e lega un’abile tatuatrice, Takedo, segnata da una doppia tragedia famigliare, alla diciottenne Jade che vive facendo cybersesso. Atmosfere saffiche anche nell’italiano Riparo di Marco Simon Piccioni, triangolo sentimentale tra due donne, Anna e Mara (Maria De Medeiros e Antonia Liskova) e un immigrato clandestino, Anis (Mounir Ouadi) che si nasconde nella loro automobile per oltrepassare la frontiera tunisina.

Molti i documentari queer con doppio trend: il mondo della moda (Yves Saint-Laurent in Célébration di Olivier Meyrou, Karl Lagerfeld in Lagerfeld Confidential di Rodolphe Marconi) e le cinebiografie vip (Andy Warhol: A Documentary Film di Ric Burns, This Filthy World di Jeff Garlin su John Waters).

Apre il festival La vie en rose di Olivier Dahan sulla vita di Edith Piaf, incarnata dall’attrice francese Marion Cotillard di ‘Un’ottima annata’.

E se qualcuno di voi ha voglia di un po’ di relax tra una proiezione e l’altra, vi consiglio di rifugiarvi nel delizioso quartiere gay intorno a Nollendorfplatz – una specie di Bordighera teutonica queer – a poche fermate di metrò da Potsdamer Platz: il celebre cruising bar Tom’s è una delle mete predilette dei cinefili in trasferta a Berlino.

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