La farfalla di Schnabel in volo verso l’Oscar

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Nasce dall'amicizia con un collaboratore di Warhol il pregevole film di Schnabel 'Lo scafandro e la farfalla' candidato a 4 Oscar. La storia vera di una paralisi vinta...

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Se il poliedrico e superfriendly Julian Schnabel, regista dell’apprezzato ‘Prima che sia notte’ sul poeta gay cubano Reinaldo Arenas, avesse vinto la Palma d’Oro col meraviglioso ‘Lo scafandro e la farfalla’, l’avrebbe dedicata a Bernardo Bertolucci, ma a Cannes si è dovuto accontentare, un po’ piccato, del premio per la miglior regia. La rivincita, però, non si è fatta attendere, e domenica prossima sarà in lizza per gli Oscar come ben quattro nomination tra cui quella ‘pesante’ di miglior regista (le altre sono fotografia, montaggio e sceneggiatura non originale), forte della vittoria di due Golden Globes, ancora regia e miglior film straniero. 

E dire che la trama, tratta da una storia vera, sembra una delle più respingenti per un pubblico avveduto: l’8 dicembre del ’95, il

carismatico quarantatreenne Jean-Dominique Bauby, direttore della prestigiosa rivista ‘Elle’, fu colpito da un grave ictus. Svegliatosi dopo 20 giorni di coma e ‘qualche settimana di nebbia’, a fine gennaio Jean-Do era completamente cosciente ma affetto da una rara sindrome di ‘locked-in’, cioè risultava completamente paralizzato a parte la palpebra dell’occhio sinistro. Grazie a un codice inventato con lo staff dell’ospedale marittimo di Berck, il volitivo Jean-Do riuscì a dettare col battito di ciglia un libro sulla sua tragica esperienza e vederlo pubblicato qualche giorno prima della sua morte.

“Ero molto amico di Fred Hughes che dirigeva la Factory di Andy Warhol” spiega Schnabel il cui primo dipinto si intitola

curiosamente ‘I pazienti e il dottore’. “Dopo la morte di Andy, Fred – che soffriva da sempre di sclerosi multipla – andò peggiorando fino al punto che non potè più venire a Parigi e dovette rimanere nel suo appartamento di New York in Lexington Avenue. E finì bloccato a letto. Io andavo da lui e gli leggevo dei libri. Non poteva più parlare. Rimaneva steso e mi guardava mentre leggevo. Aveva un infermiere che si chiamava Darin McCormack, lui mi diede una copia di ‘Lo scafandro e la farfalla’. Avevo sempre pensato di fare un film su Fred perché aveva avuto una vita così attiva e poi era rimasto prigioniero del suo corpo. […] Quando arrivò la sceneggiatura da Kathy Kennedy (coproduttrice con Jon Kilik, n.d.r.), mio padre malato di cancro aveva terribilmente paura di morire e io pensavo che mi sarebbe molto piaciuto aiutarlo a non aver paura… Ma non ci sono riuscito. Era terrorizzato perché non era mai stato male”.

Se sulla carta ‘Lo scafandro e la farfalla’ può sembrare il classico dramma ospedaliero melenso e tedioso – a Hollywood l’avrebbero probabilmente girato così – sullo schermo Schnabel ha invece fatto il miracolo, creando un’opera vitale e visivamente meravigliosa, non priva di ironia (la voce fuori campo del protagonista commenta sarcasticamente tutto ciò che osserva Jean-Do) in cui la fantasia diventa l’unico veicolo di struggenti rimpianti per nulla retorici. Un sincero inno alla vita in cui la memoria e l’immaginazione creativa sono le uniche vie di fughe dalla gabbia coercitiva di un corpo

condannato all’immobilità. Merito indubbio di una regia inventiva – l’attacco del film è una lunga soggettiva dell’occhio di Jean-Do che immerge lentamente lo spettatore nell’universo di immagini flou e indistinte del protagonista tornato alla vita – ma anche delle lucide interpretazioni dell’intero cast: dal poco noto da noi Mathieu Amalric, davvero esemplare nel conferire dignitosa umanità a Jean-Do, alla scoperta di ‘Le invasioni barbariche’ Marie-Josée Croze, nel ruolo dell’amorevole logopedista; dalla bellissima Emmanuelle Saigner, ex-moglie comprensiva di Jean-Do, a un cameo commovente di Max Von Sydow.

E chissà che, come a Cannes la produzione del film fece liberare sulla Montée una serie di macaoni liberi di volteggiare sulla Croisette, anche ‘Lo scafandro e la farfalla’ non riesca a prendere il volo per qualche premio Oscar (il più accessibile è la migliore fotografia firmata da Janusz Kaminski, bravissimo collaboratore di Spielberg).

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