LA MAGIA DI CHICAGO

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Donne assassine, scaltri avvocati, mariti traditi. Sorpresa: è un musical travolgente, con Richard Gere che canta e finisce in mutande. Da venerdì nelle sale italiane, con 13 nomination...

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Corsi e ricorsi storici. L’epoca d’oro del musical si pensava appartenere al passato, ma forse è solo una nota nostalgica. Il genere sembra continuamente rinascere dalle proprie ceneri, come l’Araba Fenice. Negli anni ’30 erano Fred Astaire e Ginger Rogers. Nei ’50 Gene Kelly e le peripezie acquatiche di Esther Williams, nei ’60 i musical con Julie Andrews o Barbra Streisand, nei ’70 si andò da “Jesus Christ Superstar” a “Grease“, passando per “La febbre del sabato sera“. Negli ’80 ci furono “Flashdance” o “Dirty Dancing“, filmetti insignificanti tenuti in piedi solo da qualche orecchiabile canzone. Il passaggio di decennio è contrassegnato dai migliori cartoni animati musicali della Disney mentre negli anni ’90 spicca solo “Evita” con Madonna. Il nuovo millennio vede un decisivo rilancio del genere a partire dall’ottimo risultato ottenuto dall’iper-melodrammatico pastiche surrealista “Moulin Rouge“, che probabilmente spiana la strada proprio al graditissimo arrivo sul grande schermo di “Chicago“.

Il tutto nasce da un testo teatrale risalente addirittura alla fine degli anni ’20 che fu usato dal geniale Bob Fosse come base per il suo libretto, messo in scena a teatro nel 1975 e ancora in cartellone a Broadway.

Al centro della vicenda due donne. La prima è la slanciata e aggressiva mangiauomini Velma (Catherine Zeta Jones), dotata soubrette di vaudeville che finisce in galera per aver fatto fuori marito e sorella dopo averli colti in flagrante. L’altra è la biondina arrivista Roxie (Renee Zellweger) che sogna le luci della ribalta ma finisce sotto le luci investigative della polizia dopo aver sparato all’amante che l’aveva presa in giro. Invano il timido, e cornuto, marito Amos (lo straordinario John C. Reilly, già sugli schermi in “Gangs of New York“) cerca di toglierla dai guai. Entra in campo l’abile e impomatato avvocato di grido Billy (Richard Gere), abile manipolatore della stampa e noto per non aver mai perso una causa.

Dategli 5,000 dollari e vi tirerà fuori dai guai, dopo aver opportunamente sottoposto le proprie clienti ad un indispensabile “ritocco di facciata” per farle apparire più appetibili all’opinione pubblica e conseguentemente alla giuria. Ecco quindi che in poche settimane il visino falso ingenuo di Roxie diventa strafamoso e la sua acconciatura una moda alla quale non si sottrae neanche l’ingombrante matrona di colore del carcere (l’ottima Queen Latifah). Tanta popolarità non piace naturalmente a Velma, fino ad allora al centro dell’attenzione…

Donne in prigione per omicidio, scaltri avvocati manipolatori del sistema giudiziario, mariti traditi e scaricati senza troppi complimenti, incolmabili differenze di classe sociale: a prima vista non certo argomenti per uno scatenato musical. Invece, sorpresa, l’intreccio narrativo di base si fa colorato e sfolgorante palcoscenico ad ogni singolo numero musicale e se è vero – come è vero – che ogni musical alla fine vale solo per il livello delle canzoni che lo compongono, allora “Chicago” non ha niente da temere.

La coppia di compositori John Kender e Fred Ebb (“Cabaret“, vi basta?) presenta una serie di favolose canzoni, tutte da gustare e ricordare, nota dopo nota. Dall’iniziale travolgente “All that jazz” (titolo anche di un film sulla vita di Fosse, con Roy Scheider), all’ironica “All I care about is love“, cantata da Gere. Reilly si cimenta con toccante intensità nella triste “Mr Cellophane” mentre le due protagoniste hanno vari numeri a disposizione per dimostrare di saper calcare un palcoscenico, compreso il luminoso e mitragliesco finale. Zeta Jones, che ha trascorsi teatrali nel West End londinese di inizio carriera, parte avvantaggiata ma Zellweger – abbandonati per il momento i panni dell’imbranata Bridget Jones – le tiene testa in modo tutto sommato adeguato.

Il regista Rob Marshall, al suo primo film per il grande schermo, mantiene nella sostanza l’impianto teatrale dello spettacolo originale ed i preziosi numeri musicali sono sfruttati oculatamente “on stage” e scorrono spesso parallelamente alla vicenda. Le scenografie si adeguano ingegnosamente, ed ecco che i muri della prigione rivelano insospettabili e coloratissimi tubi al neon, mentre il direttore della fotografia Dion Beebe con un semplice movimento di macchina ci porta dalle fredde celle al calore di un palcoscenico immaginario. In fin dei conti il musical è forse il più fantastico dei generi, più del fantasy, certamente più della fantascienza. Non per questo non riesce a dire cose ben precise che riguardano la realtà. Basta vedere tutti quei giornalisti appesi ai fili e abilmente manovrati dal burattinaio, che è poi sempre il ricco potente di turno. Davvero la realtà è così lontana?

Su tutto comunque trionfano la colonna sonora e le belle canzoni, e con tutto quel jazz che sprizza vitalità a ritmo incessante si riesce davvero, per 114 minuti, a non pensare ad altro che alla musica che si suona in quel di Chicago.

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