La violenza omofoba in Russia nell’importante dramma etico Stand

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L’apprezzabile thriller-pamphlet del francese Taieb denuncia il terrore antigay russo

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L’omofobia uccide. E in alcuni Paesi uccide di più. In Russia, dopo l’approvazione due anni fa della legge antigay spacciata per norma sulla difesa dei minori (divieto di qualsiasi tipo di ‘propaganda dell’omosessualità’), fortemente voluta da Putin, l’escalation di delitti e violenze omofobiche è ormai inarrestabile: sono ben 445 i gruppi ex sovietici registrati online per combattere espressamente le attività della comunità lgbt, attivi soprattutto sul social network VK.com, una sorta di Facebook russo. Un utile approfondimento della questione è contenuto in un interessante film che abbiamo visto in sala in Francia ma viene distribuito anche da noi in streaming grazie a The Open Reel: si tratta di Stand (Stare in piedi) del regista francese Jonathan Taieb, vincitore tre giorni fa ad Asunción dell’11esimo Paraguay International LGBT Film Festival.

Girato nel territorio ucraino in ‘mode guérilla’, cioè senza alcuna autorizzazione, con una troupe internazionale di sole sette persone, è una sorta di thriller ibernato – le temperature sul set raggiungevano i -20 C° – su un dilemma morale dostoevskijano: Anton e Vlad (Renat Shuteev e Andrej Kurganov, assai espressivi) sono una riservata coppia gay che assiste per caso, dall’interno dell’abitacolo della loro autovettura, a una violenza ai danni di un omosessuale ma il secondo, che è alla guida, convince Anton a non intervenire per paura (lo spettatore non vede l’aggressione che resta fuori campo). Quando scoprono che il ragazzo coinvolto è morto per le ferite subite, travolti dal senso di colpa, decidono di fingersi giornalisti e indagare sull’omicidio per risalire ai colpevoli. Anton è più risoluto, vuole andare a capo della vicenda, mentre Vlad ha paura di esporsi temendo ripercussioni violente ma subisce le accuse del fidanzato che arriva a dire: “Non posso continuare così, hai ucciso quell’uomo”.

Costruito come un vero e proprio polar – verrebbe da aggiungere ‘polare’, vista l’ambientazione -, girato con videocamera a mano mobile e un’idea di regia piuttosto consapevole, ha una sua suspence un po’ viziata da qualche inerzia di troppo e vuol essere anche un pamphlet di denuncia morale della silenziosa connivenza nella società civile russa riguardo alle violenze omofobiche, spesso taciute alle istituzioni (con la famigerata legge omofoba si rischiano fino multe fino a dodicimila euro se si viene coinvolti in eventi riconducibili a una quanto mai vaga ‘propaganda gay’). La voce fuori campo mette in evidenza quanto sia importante, eticamente, uno sguardo critico su ciò che avviene intorno a noi: “La morale la costruiamo noi, la scegliamo. Tuttavia, possiamo pensare in un modo e agire in un altro. Ed è come scegliamo di agire che, alla fine, costruisce la nostra morale”.

Nell’importante Stand (il perché di quello ‘stare in piedi’ è chiarificato nel bel finale impattante) la questione morale affianca la crisi della coppia formata da Anton e Vlad e suggerisce quanto la repressione esterna possa influire negativamente sulle dinamiche relazionali di due uomini che si amano ma la cui relazione un po’ logorata dalla routine non ha ancora trovato il modo per ravvivarsi. Si evidenzia inoltre la potente pervasività e, nello stesso tempo, potenziale pericolosità del mezzo Internet per quanto sia facile postare e condividere video di efferate violenze omofobiche (nel film un’ulteriore umiliazione è rappresentata da getti di vernice spray blu con cui vengono imbrattate le vittime).

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Da vedere.

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