LE GIORNATE DI CINEMA GAY AL VIA

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Successo di pubblico alle Giornate di Cinema Omosessuale del Lido. Gran divertimento per 'Il diavolo veste Prada' con una strepitosa Meryl Streep. Delude Lynch, Leone d'Oro alla carriera.

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VENEZIA – Grande successo di pubblico all’inaugurazione delle Giornate di Cinema Omosessuale, fino al 7 settembre al Cinema Astra del Lido di Venezia (Via Corfù 9, a 50 metri dall’imbarcadero). Sala colma e pubblico incuriosito per una serata davvero variegata: si è vista la prima puntata dell’aristocratica fiction prodotta dalla BBC The Line of Beauty di Saul Dibb tratta da Man Booker di Alan Hollinghurst (autore inglese de La biblioteca della piscina adorato dalla critica internazionale ma non ancora molto noto da noi) seguita dal corto lesbo francese Gueule de Princesse di Pépita Mars e di Rag Tag, opera prima di una fascinosa regista nigeriana, Adora Nwandu.

In The Love Chord, primo episodio di The Line of Beauty, un belloccio riccioluto esperto d’arte, affittuario presso una elegante casa vittoriana di una famiglia dell’alta società londinese, si innamora di un negretto conosciuto tramite un annuncio ma legato a un ambiguo antiquario. È il 1983, e si respira aria di bella vita tra i nobili inglesi, ancora al riparo dall’Aids, tra feste sontuose in giardini principeschi e saloni eleganti, anche se permane la norma non scritta del ‘non chiedere e non dire’. E così, i conflitti di classe esplodono insieme alle contraddizioni interiori dei vari personaggi tra cui un’amica del protagonista lacerata da una storia d’amore problematica e con pericolosa tendenza al suicidio. Confezione elegante, bella musica eighty (New Order, Spandau Ballet, Duran Duran) e interpretazioni corrette, nonostante una certa patinata superficialità che la rende un po’ inconsistente.

Nel curioso Gueule de Princesse, invece, un ranocchio fatato si trasforma in una bella ragazza capace di suscitare istinti lesbo in una coetanea sentimentalmente devastata.

Amori non ordinari anche in Rag Tag, primo film nigeriano esplicitamente omo della storia del cinema

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Amori non ordinari anche in Rag Tag, primo film nigeriano esplicitamente omo della storia del cinema: gli amici d’infanzia Raymond e Tagbo si rincontrano dopo dieci anni e scoprono di amarsi alla follia nonostante le opposizioni dei famigliari integralisti e varie difficoltà lavorative. Nonostante i limiti evidenti del mezzo video e qualche problema nel missaggio del sonoro, Rag Tag ha una sua dignità e un certo coraggio nell’affrontare un tema assolutamente tabù nella comunità nigeriana.

In conferenza stampa scopriamo, tra l’altro, che il parlamento nigeriano sta discutendo una legge per rendere illegale l’omosessualità con pene molto dure. «Abbiamo iniziato una campagna con già 300 firme per opporci a questa risoluzione» ci ha spiegato l’onorevole Franco Grillini. E veniamo a sapere anche che «la Nigeria è, in proporzione, il terzo produttore di cinema al mondo, nota come ‘Nollywood’» spiega la regista Adaora Nwandu. «Un sacco di gente fa cinema ma con un tema fisso: la cura delle malattie. Quando abbiamo proposto questo film tutti si sono dimostrati interessati, toccava un tema mai trattato prima. L’abbiamo girato a Londra durante gli attacchi terroristici: ora noi neri siamo meno temuti, hanno paura soprattutto del ‘marrone’, ossia dell’arabo e del mediorientale. Fino a poco tempo fa la mentalità locale sosteneva che l’omosessualità è una malattia dei bianchi. La comunità gay nera tende ad isolarsi da quella bianca, in particolare tra gli anziani. Quando ho fatto il casting non ho chiesto a nessuno la propria sessualità ma appena dicevo che dovevano baciare un altro uomo tutti si ritiravano. Ho scelto due non attori che avevano un’ottima chimica: il primo bacio non è stato facile ma poi tutto, proprio tutto, è andato liscio».

Gran divertimento, fuori concorso, per il superglamorous Il diavolo veste Prada di David Frankel con una strepitosa Meryl Streep nei panni di Miranda Priestley, arcigna direttrice di una rivista di moda assolutamente top, Runway. La temuta Miranda rende la vita difficile alla stagista Andy, ultima collaboratrice di una serie infinita di ‘Emily’ inadeguate, pericolosamente digiuna di fashion e dintorni («Gabbana si scrive con una o due B?»). Lo stilista Nigel che la aiuta nel difficile compito di ricrearle un look consono è vistosamente omo ma di lui non si sa nulla riguardo alla propria vita privata e curiosamente nel film non c’è nulla di ‘openly gay’ (un suo pregio è che, comunque, Stanley Tucci non ridicolizza il personaggio di Nigel ostentandone l’effemminatezza).

E così Il diavolo veste Prada, in uscita nelle sale italiane ad ottobre, resta un film concettualmente queer grazie a un cameo di Valentino, canzoni di Madonna a nastro e un product placement davvero sfrenato: Chanel, Jakobs, Choo, Blahnik e chi più ne ha più ne metta (curiosamente eclissato Armani, anche perché Anne Wintour, direttrice di Vogue a cui è ispirato il personaggio di Miranda, ebbe una nota querelle qualche anno fa).

Perfetti i protagonisti: Meryl Streep è ineguagliabile perfino senza trucco quando svela inaspettatamente la sua fragilità emotiva ma anche Anne Hathaway dimostra un’eleganza e una simpatia non comuni che richiamano alla memoria la divina Audrey Hepburn.

Delude invece il nuovo David Lynch INLAND EMPIRE, ennesimo noir criptico e misterioso in cui un’attrice funestata da incubi allarmanti (Laura Dern) non riesce più a distinguere la finzione cinematografica dalle minacce che realmente stravolgono la sua vita. Il grande Lynch, meritato Leone d’Oro alla carriera, questa volta però si autocompiace un po’ troppo nel rifare se stesso e rischia la maniera con abusati giochini metacinematografici (i soliti film nel film), onirismi un po’ banalotti e spinti meccanismi antinarrativi – attenzione al cacciavite e ai tre conigli – che rendono abbastanza incomprensibile soprattutto la parte centrale. «Finalmente staserà vedrò anch’io il film, così capirò qualcosa di più del mio personaggio» ha rivelato un po’ sconsolata Laura Dern. Come darle torto.

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