Al Lido trionfa l’Italia ma anche il cinema gay: 5 premiati

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Metà dei film candidati al Queer Lion si aggiudica almeno un riconoscimento. "Philomena" vince ben otto premi, "Tom à la ferme" conquista il Fipresci e "Eastern Boys" è...

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Alla Mostra di Venezia ha trionfato l’Italia ma anche il cinema queer se l’è cavata egregiamente. E dire che nella varia umanità raffigurata ai bordi del Grande Raccordo Anulare romano nell’applaudito documentario Sacro Gra di Gianfranco Rosi, Leone d’Oro a sorpresa – e non all’unanimità – di questa 70esima edizione (la stampa tedesca l’ha però stroncato), ci sono anche due trans navigate su un camper targato Torino che cantano la Nannini e si raccontano le denunce subite sul “posto” di lavoro. Anche la Coppa Volpi alla splendida attrice milanese 82enne Elena Cotta, sul grande schermo albanese praticamente muta che, tosta e testarda, fronteggia la coppia lesbica in Via Castellana Bandiera di Emma Dante, rientra così tra i riconoscimenti assegnati a film d’interesse lgbt: alla fine addirittura la metà delle opere in corsa per il Queer Lion (cinque su dieci) ha vinto almeno un premio.

Il notevole Eastern Boys di Robin Campillo si aggiudica il premio come miglior film della sezione “Orizzonti” in cui ha sbaragliato ben trenta concorrenti. Entusiasta, il regista sul palco ha dedicato il premio a sua figlia che «nonostante le leggi non lo consentano, ha due padri e due madri».

Il vincitore del leoncino gay, Philomena di Stephen Frears, front runner per il massimo riconoscimento, si è invece dovuto accontentare del premio alla sceneggiatura firmata da Steve Coogan e Jeff Pope ma, oltre al Queer Lion, ha vinto altri sei premi minori, mettendo addirittura d’accordo gli agnostici del Brian e i cattolici del Signis.

Un altro dei favoriti, l’acclamato thriller gay dalle sfumature melò Tom à la ferme di Xavier Dolan, è il grande escluso del palmarès della giuria presieduta da Bernardo Bertolucci ma conquista il prestigioso Fipresci della critica internazionale con la seguente motivazione: «un energico thriller psicologico, sensuale e colmo di tensione». Entusiasta il giovane regista canadese: «È un grande onore e fonte di ispirazione. Come regista, speri col tuo lavoro di raggiungere la tua famiglia e i tuoi amici più cari. Così è molto toccante vedere il tuo lavoro riconosciuto dai critici».

A conquistare il Premio Internazionale Venice Days è invece l’opera prima Giovani ribelli (Kill Your Darlings) di John Krokidas sugli anni universitari di Allen Ginsberg e dei futuri beat. La motivazione parla di «un’opera di forte creatività autoriale in grado, grazie a una rigorosa scelta di stile e ad originalità di approccio, di segnare la nuova stagione del cinema americano in cui sono rispettate le ragioni del pubblico, della cinefilia, della memoria culturale del secolo. Forte di uno spettacolare gioco d’attori, della forza della colonna sonora, di una cinematografia spiazzante e raffinata, il film è diventato un autentico evento nel contesto della 70esima Mostra del Cinema».

Abbiamo contattato uno dei giurati del Queer Lion, Marco Busato, che ci ha raccontato alcuni retroscena dei lavori per l’assegnazione del premio la cui targa è stata ritirata al Cinema Astra del Lido da Alessandra Tieri della Lucky Red che lo distribuirà nelle sale il 6 febbraio 2014: «Abbiamo ristretto la rosa dei papabili a quattro titoli: “Gerontophilia”, “Tom à la ferme”, “Kill Your Darlings” e “Philomena”. Non abbiamo incluso “Eastern Boys” perché ha un attacco eccezionale ma secondo noi non dà un’immagine positiva del mondo gay. “Gerontophilia” era il film più furbo, visto il percorso di Bruce Labruce fino ad oggi. “Tom à la ferme” ha i suoi pro e i suoi contro: ci sono alcune soluzioni valide, per esempio la rielaborazione dei personaggi della pièce da cui è tratto al fine di rendere più dinamica l’azione. Ma anche scivoloni enormi: il tono sottolinea in maniera troppo marcata il tema dell’ossessione e tutta l’opera è pervasa da un senso di “vanity project” narcisistico e da facili simbolismi».

«La tematica in “Kill Your Darlings” è più presente che in “Philomena” – continua Busato – ma francamente si tratta di un film molto convenzionale. “Philomena” è estremamente tradizionale ma ha una sceneggiatura eccellente che non preme sul pedale del facile sentimentalismo. È un mix di temi drammatici trattati con toni da commedia. Steve Coogan è una sorpresa assoluta e il personaggio di Judi Dench dimostra un’accettazione totale dell’omosessualità del figlio. “Philomena” mette anche in evidenza la vergognosa politica dei tagli di budget per il finanziamento della lotta all’Aids negli anni di Reagan. Per questo ha vinto il Queer Lion».

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