Lindsay Kemp: “Dedico il Premio Dorian Gray a Derek Jarman”

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L'eclettico artista inglese ha ricevuto il riconoscimento del Festival GLBT di Torino dalle mani dell'ex étoile Loredana Furno e l'ha dedicato a Derek Jarman, "davvero un grande, calmo...

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Lindsay Kemp sembra una sorta di shakespeariano Puck vistosamente queer, un folletto indomabile che sprigiona simpatia, per nulla altezzoso e davvero affabile. Sembra aver mantenuto vivissima un’anima infantile, vivida e curiosa, quasi a preservarlo dall’invecchiamento fisico ("sono ancora un bambino, in effetti" ci dice, e di lui, come le vere dive, non si sa con certezza la data di nascita: 1936 o 38?). Un grande artista quanto mai eclettico: coreografo, ballerino, attore, mimo – tra i suoi mentori l’immenso Marcel Marceau – che negli anni ’70 rivoluzionò il teatro con lo straordinario spettacolo d’avanguardia Flowers tratto da Genet, innovativo e onirico, in cui si identificò più di una generazione di gay. Ebbe tra i suoi allievi nientemeno che David Bowie per cui curò la messa in scena dei concerti di Ziggy Stardust.

Ieri sera un lungo applauso con accenno di standing ovation l’ha accolto al Togay mentre riceveva dalle mani da Loredana Furno, ex étoile del Teatro Regio, il premio Dorian Gray, una sorta di riconoscimento alla carriera per l’impegno nella cultura e nell’arte glbt, assegnatogli perché "fin dagli anni ’70 la sua dirompente fisicità ha rappresentato un gusto e una sensibilità in cui la comunità glbt si è potuta riconoscere".

"Non ho parole" ha detto Kemp, vistosamente emozionato. "È un piacere immenso essere di nuovo a Torino, è un grandissimo onore ricevere questo premio. Lo dedico a Derek Jarman". "Non pensavo di consegnare, un giorno, un premio a un artista che ha fatto così tanto per la danza e non solo" ha chiosato Loredana Furno. Il giorno prima si è concesso ai giornalisti in un interessante incontro nel quale ha ripercorso le tappe più significative della sua carriera.

Lei vive in Italia, a Todi, e adesso organizza corsi teatrali. Come mai ha scelto di stabilirsi qui?

Il mio arrivo in Italia è iniziato come una storia d’amore col cinema ambientato in italia che mi ha sempre ispirato, sia per quanto riguarda la mia vita che per il teatro, da Vacanze romane a La primavera romana della signora Stone (di José Quintero, ndr) . Un mio antenato molto noto, William Kemp, attore e ballerino nella Shakespeare Company, è arrivato in Italia per unirsi col suo grande amore, la commedia dell’arte. Litigò con la Shakespeare Company per unirsi agli attori italiani: giungere in Italia è stato un po’ come ritrovare questo antenato.

Come ha conosciuto Derek Jarman che l’ha diretta in ‘Sebastiane’ e ‘Jubilee’?

C’erano molti progetti di film con Derek Jarman tra cui uno su William Kemp e uno sull’Egitto e i faraoni ma non se n’è fatto nulla. Il mio primo incontro con Jarman si è svolto sul set di Messia selvaggio diretto da Ken Russell, di cui era lo scenografo. Un giorno Jarman mi ha chiamato dicendomi che avrebbe avuto piacere di avermi nel suo film Sebastiane, un ‘film yogurt’ vista la mistura di sostanze dell’ultima scena! Abbiamo anche provato a farle leccare da un cane, ma non piacevano… Un giorno di Pasqua mi chiamò per farmi interpretare due giorni dopo Gesù in Jubilee. Ero molto contento e un’ora dopo mi richiamò dicendomi di portare anche dodici discepoli: ma tutti i miei discepoli erano in vacanza e lasciai un messaggio alle loro madri dicendo di riferir loro di trovarsi in una discoteca di Chelsea. Alla fine c’era un sacco di gente! Interpretai le scene dei miracoli di Gesù: il cammino sulle acque e la moltiplicazione di pani e pesci ma in realtà c’è molto poco di Gesù… Ho dedicato il premio alla memoria di Jarman perché penso che Jarman fosse davvero un grande ed era una delle persone più gentile e calme sul set a differenza di molto registi nevrotici che ho conosciuto. Sento molto la presenza di Jarman qui, in questo momento.

Com’è stata l’esperienza con un regista molto diverso, Ken Russell?

Ken Russell continua ad essere un mio amico ma non era una persona facile, aveva un forte temperamento. Gli piaceva fare il regista ma non riusciva a trovare soldi per fare film. Sicuramente io ero il ragazzo nuovo, la sua scoperta, e voleva grandi cose per me: sbagliavo sempre e lui si arrabbiava. Ci voleva molto tempo per girare Messia Selvaggio e mi ricordava quanti soldi stessi costando alla compagnia. Ho fatto un altro film con Russell ma non vale la pena ricordarlo: mi tagliò al montaggio. Ken Russell doveva interpretare il ruolo di Erode nel teatro di fronte al quale stavo portando in scena il mio spettacolo ‘Salomè’ ma all’ultimo momento lasciò perdere timoroso delle critiche che aveva ricevuto: probabilmente non era un buon attore!

Altre esperienze cinematografiche?

Avevo anche recitato in Husbands di Cassavetes che mi versò un bicchiere di birra in faccia per vedere la mia reazione. Fui preso nel ruolo del padre di Britt Ekland in The Wicker Man che ebbe molto successo. Lei era bella ma molto pigra, non si riusciva ad andare avanti nelle riprese! Interpretavo il padrone del pub e bevevo molto: fui io a rovesciare una pinta di birra sulla testa della Ekland… Non feci film per molto tempo. Comunque non ho recitato così poco: ho fatto piccoli ruoli in grandi film e grandi ruoli in piccoli film ma mi manca il grande ruolo nel grande film. Ho sempre sognato di essere una star del cinema!

Quali sono le radici del suo teatro rivoluzionario, così intriso di estetica queer?

È stato il cinema a portarmi al teatro, mi ha mostrato che cosa volevo essere: era un mondo più poetico e romantico dell’Inghilterra del Nord in cui vivevo da bambino. Sapevo che sarei diventato un attore e un ballerino. Partendo dai musical con Ginger Rogers sono passato a Bergman e Fellini: mi hanno indicato la strada, sono qui per ballare, cantare, essere me stesso e vivere il mio sogno. Carmen Miranda era un’ispirazione per me, mi vestii come lei a scuola rubando e tagliando un vestito a mia madre. Fui anche espulso perché mi vestii da Salomè con la carta igienica, più che altro per aver sprecato la carta! Ero considerato un eccentrico, un clown. Intrattenere le persone mi salvava dall’omofobia e dal bullismo. Il mio idolo era Robert Helpmann, potevo ammirarlo per ore.

Com’è nato il suo spettacolo più celebre, Flowers?

Flowers è stato ispirato a Genet, sono stato un ladro nei suoi confronti: ho rubato moltissimo. Ma come diceva Picasso ‘il genio ruba, il mediocre prende in prestito’!

Il libro Notre-dame des fleurs di Genet me lo prestò un giardiniere. Quando iniziai a leggerlo vidi me stesso in quelle pagine. Avevo solo 500 sterline in tasca, che mi aveva dato una suora estremamente omofoba: si sarebbe stupita se avesse saputo che mi sarebbero servite per andare a Edimburgo e mettere insieme uno spettacolo come Flowers! Ho trovato il cast nei bar, nei parchi e nelle strade. Avevo bisogno di maschi muscolosi anche perché dovevo trasformare un capannone in un teatro. Il cast era in continuo cambiamento ma si ‘professionalizzava’ sempre di più. La prima volta a Torino (al parco della Tesoriera, ndr) fu uno dei ricordi più belli, c’era gente pure sugli alberi. Per molto tempo Torino è stata per me una seconda casa: è una grande gioia per me tornare in questa città. Il ruolo di Flowers potrei interpretarlo per tutta la vita, anche sulla sedia a rotelle: mi rappresenta.

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