Lorenzo Balducci in drag: “Il sesso col melone? Ho usato il Viagra”

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Intervista all’attore romano giurato al Togay dove ha interpretato la trans Agrado.

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Nel buio della sala appare una drag imponente, una favolosità vertiginosa color arancio che non riconosciamo. Interpreta con raffinato distacco il memorabile monologo della trans Agrado, ovvero Antonia San Juan, nel capolavoro di Almodóvar Tutto su mia madre, quello dell’immortale “Una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha di stesso”. Quando lo presentano e si toglie la parrucca himalayana rimaniamo di stucco: è l’affabile attore Lorenzo Balducci, giurato del 30° Turin Gay & Lesbian Film Festival, di cui si sta per inaugurare la cerimonia di premiazione conclusasi con la proiezione dell’aggraziata e malinconica commedia Six Dance Lessons in Six Weeks di Arthur Allan Seidelman che segna il ritorno sulle scene di una splendida Gena Rowlands 84enne, allieva dell’affascinante insegnante di ballo, italoamericano e gay, interpretato da Cheyenne Jackson (come già sapete, ha vinto lo struggente Gardenia – Bevor der letzte Vorhang fallt (prima che scenda l’ultimo sipario) di Thomas Wallner; qui trovate tutti i premi).

È la prima volta che vieni al festival gay di Torino?

Sì. Venirci da giurato è emozionante, c’è un senso di responsabilità e attenzione nei confronti dei film. Non mi capita quasi mai di vedere una tale quantità di film al giorno, provenienti da tutte le parti del mondo e con tematica omosessuale. È veramente un bel lavoro perché ogni nazionalità adotta un modo particolare di raccontare la propria realtà.

Che cinema ti piace da spettatore?

Vado spesso al cinema, sono amante del dramma e della commedia leggera ma intelligente. Recentemente ho adorato Mommy di Xavier Dolan con cui vorrei lavorare. Ma anche Pride e Storie pazzesche. Mi piace molto il cinema dalle forti emozioni. Preferisco il cinema d’autore a quello mainstream. Per esempio il film thailandese How to Win at Checkers Every Time di Josh Kim (vincitore di una menzione speciale della giuria, n.d.r.) è molto bello. Il regista è stato molto abile nel raccontare i dettagli di una relazione così forte tra fratelli come tra due ragazzi giovani in una realtà difficile come quella thailandese.

Sei uno dei pochi giovani attori italiani che osano strade meno battute e più sperimentali. È apprezzabile l’originalità di Stella Cadente diretto da Luis Miñarro, quel barocco inconsueto e surreale… Come sei entrato in questo progetto?

Sono fortunatamente finito nel progetto nel 2013, mi contattò direttamente il regista che mi aveva visto nel Don Giovanni di Saura, in un’immagine molto classica. Aveva pensato a me come assistente del re di Spagna, Amedeo I di Savoia che arrivava da qui, da Torino. Questo film è un po’ spaccato in due: da un lato un film storico, dall’altro un film molto personale, molto surreale, perché è ricco di tutte le fantasie del regista. Spesso aggiungeva qualcosa alle riprese, qualche scena o dettaglio.

Raccontami com’è stato girare la scena di sesso col melone, già cult…

Quella scena non era in sceneggiatura. Il regista mi contattò al telefono, ero in Messico. Mi chiese se me la sentivo di interpretarla, sennò potevamo pensare a una controfigura o a una protesi. Gli ho detto che volevo farla io. Trovo giusto che l’attore abbracci il progetto in tutto e per tutto. Una volta detto di sì mi sono chiesto come sarei riuscito a interpretarla, il cosiddetto fattore tecnico.

E com’è andata sul set?

L’abbiamo rifatta quattro volte. Ho usato il Viagra ma non ha fatto nessuno effetto. L’avevo preso un’ora prima. Di solito si prende in una situazione intima con qualcuno, non con un melone! Eravamo in un bosco, di mattina presto, faceva anche freddo. Il regista mi ha detto: inizia la scena, quando pensi di essere pronto ti abbassi i pantaloni. Sul set c’erano cinque persone tra cui l’operatore e il microfonista. Quando abbiamo iniziato a girare ho avuto l’erezione. Non credo che sia stato il Viagra, ha fatto leva la situazione surreale anche per me. Non avevo preparato prima la scena! Hanno poi montato il primo ciak.

Non avevi paura che una scena così forte ti si potesse appiccicare come un’etichetta?

No, non temo questo tipo di conseguenze. Conoscevo il tipo di progetto, è un film di nicchia, non è uscito in Italia ma si trova in Internet… Ho pensato: guarda che occasione di fare un gradino in più. In realtà come persona sono molto timida. Quando sento il rischio, so che sto facendo la cosa giusta.

Il bacio gay col collega cameriere invece è stato più facile?

Nella realtà è durato un minuto e mezzo. È una scena senza dialoghi, si è creata una certa intimità. Con Alex Batllori c’era feeling sul set. Lui mi disse che era il suo primo bacio a un uomo. Per me non era la stessa cosa, sono più abituato!

Il coming out del 2012 ha condizionato la tua carriera? È stato una sorta di spartiacque oppure no?

Non sono una celebrità, il mio coming out non è quello di Tiziano Ferro, il tipo di conseguenze è relativo. Sono un attore conosciuto più dagli addetti ai lavori. Non ho riscontrato direttamente una conseguenza negativa alla scelta di fare coming out. La cosa che mi ha fatto più piacere è stato il fatto che diversi ragazzi mi abbiano contattato per farmi complimenti per questa scelta, soprattutto giovani che vivono male la loro realtà magari in paesini di provincia. Ma il primo pensiero, quando ho fatto coming out, è stato per me: mi sembrava naturale non nasconderla, dopotutto stavo promuovendo un film gay (Good As You, n.d.r.).

Come hanno reagito in famiglia?

Ho detto che l’avrei fatto, non si sono sbilanciati molto. Lo sapevano da anni, sono stato fortunato: non ho avuto i problemi che hanno avuto altri ragazzi. Mi hanno chiesto se ero sicuro, non hanno voluto commentare troppo. Ho avuto pochissime esperienze con ragazze e mai una fidanzata. Già a tredici anni sapevo ma la consapevolezza è arrivata a ventun anni. L’ho detto prima al mio migliore amico. È stato un travaglio ma è meravigliosa la sensazione di liberazione che hai dopo.

I problemi giudiziari di tuo padre, Angelo Balducci, hanno influito sulla tua carriera?

Credo di sì, nel momento in cui ci sono stati i guai in famiglia la mia carriera ha avuto un arresto.

La situazione mi ha fatto soffrire, ma è un aspetto della vita della mia famiglia che non ha un ruolo così importante. Vivo da qualche mese a Madrid. Tutto quello che è successo mi ha insegnato a rompere il cordone ombelicale ma in senso positivo: avere totale indipendenza.

Preferisci il cinema o la tv?

Sia come spettatore che come attore preferisco il cinema. In Italia la tv è una grande macchina, un ingranaggio che sforna prodotti da vendere. Solo per amore è stata un’esperienza divertente e faticosa, dal ritmo di dieci o undici scene al giorno. Nel cinema come attore senti che il personaggio ha un respiro diverso, non è tagliato con l’accetta, ci sono molte più sfumature e di base hai più tempo per lavorare col regista.

Hai interpretato diversi ruoli gay al cinema, li ripercorriamo insieme?

Ero Adelchi in Good As You, mentre in Gas interpretavo il ragazzo etero che s’innamora del fratello della sua fidanzata. Poi c’è il ruolo gay ne I testimoni di Téchiné…

Che ricordo hai dell’esperienza con Téchiné?

Un set che ricordo con tanta ansia, ero più piccolo (nel 2007, n.d.r.) e abbastanza timido. Era la mia seconda esperienza in Francia. Sentivo un senso di responsabilità maggiore e nello stesso tempo la fortuna di lavorare con attori così bravi e quotati. Téchiné è un regista straordinario, molto attento e meticoloso, pensoso, però è molto timido e scambiavo la sua timidezza per eccessiva serietà. Questa cosa m’incuteva timore. Il ricordo più bello è Michel Blanc, il protagonista, estremamente carino con me sul set, un compagno di lavoro ottimo. Interpretavo un ragazzo gay australiano che arrivava a Parigi e incontrava Michel Blanc dopo che questi aveva perso il suo compagno per Aids. Ero terrorizzato dalla scena di nudo sotto la doccia, più che per Stella Cadente. Emmanuelle Béart mi faceva più paura di Téchiné, le ho parlato pochissimo, non è molto espansiva.

Sono invece passati quasi dieci anni da Ma l’amore… Sì!

Ho bei ricordi. Interpretavo un ragazzo calabrese che si trasferisce a Roma, suo cugino lo aiuta a inserirsi nel mondo del lavoro. Incontro un fotografo e nasce una storia d’amore ma sono anche invaghito dell’amica di mia sorella. Era un piccolo film, percepivamo un grande senso di avventura, come se fosse un grande viaggio. È stata un’esperienza lavorativa molto bella e divertente. Annamaria Barbera era mia madre e mi ha colpito e intenerito la sua sensibilità sia sul set che fuori.

Altri ruoli omosessuali?

A teatro ho interpretato Dignità autonome di prostituzione, uno spettacolo che va avanti da anni e sta avendo grande successo. L’ho fatto un mese fa a Napoli. Ogni attore è un prostituto di un bordello che recita il proprio monologo sulla sua prestazione sessuale e il pubblico itinerante viene portato pure nei bagni del teatro: dopo averlo ascoltato, può scegliere di andare a sentire altri prostituti. Io racconto di due ragazzi che s’incontrano: uno è gay e s’innamora di un uomo fidanzato con una donna che non lascerà mai per lui e lo fa soffrire. Ora è in cartellone a Lecce.

Nuovi progetti?

Adesso vivo a Madrid, fino a ottobre son lì, siamo in attesa di sapere se si farà la seconda serie di Solo per amore. Al momento non ci sono altri progetti, la crisi si fa sentire.

Tre anni fa mi avevi detto che eri fidanzato… E adesso?

Era un ragazzo italiano, dopo cinque mesi ci siamo lasciati. Ero poi andato a New York… Adesso sono single.

Che uomini ti piacciono?

Di solito mi piacciono più grandi di me. I miei modelli sono Tom Hardy e Chris Pratt. Da adolescente adoravo DiCaprio e Matt Damon.

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