Lovers Film Festival: Mr Gay Siria, The Pass e il capolavoro filippino

Weekend al festival postqueer al cinema Massimo: può ambire al massimo premio il filippino 2Cool2Be4gotten ma i superboni sono in the Pass.

Gran Weekend Torino. È stato davvero memorabile il fine settimana torinese al Lovers Film Festival, nuovo Da Sodoma al Sole, una tre giorni di magnifiche immersioni nel nuovo cinema UltraQueer.

Senza più frontiere né definizioni, l’orientamento sessuale è mutevole nel tempo e nello spazio, con un’unica legge: libertà creativa assoluta.

The Death and Life of Marsha P. Johnson di David France (USA)

Si parte benissimo: un documentario da Oscar! È The Death and Life of Marsha P. Johnson di David France, già candidato all’Oscar nel 2012 per How to Survive a Plague. Un magnifico ritratto di Marsha P. Johnson, drag queen afroamericana attivista e icona della scena LGBTQI, fondatrice dello S.T.A.R., ossia Street Transvestite Action Revolutionaries, che aiutava chi viveva per strada e si prostituiva. Il mistero sulla morte di Marsha è l’inchiesta di un’amica con un look da indiana, più paziente e appassionata della polizia che, ovviamente, insabbia il caso. Costruito con una maestria straordinaria e un occhio attentissimo, The Death and Life of Marsha P. Johnson, crea tensione palpabile fino alla fine restituendo tutta l’umanità e la difficoltà di vivere di una Regina di Stonewall, amica della leggendaria Sylvia Rivera (1951-2002). Fu lei a lanciare la scarpa (per la polizia fu una bottiglia) che diede il via alla celebre rivolta arcobaleno: la si vede al World Pride romano nel 2000. Magistrale.

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Mr. Gay Syria di Ayse Toprak (Francia, Germania, Turchia)

Intenso doc franco-tedesco-turco, racconta di un gruppo di rifugiati che cercano d’inviare un rappresentante siriano alla competizione Mr. Gay World. La regista turca segue il candidato prescelto, simpaticissimo, in giro per il mondo per far capire come il terrore che vivono quotidianamente i siriani sia moltiplicato se non si può non solo amare, ma addirittura muoversi senza rischiare di essere ammazzati perché gay. Strepitosa la “selezione” finale con catwalk da vera pazza.

The Pass di Ben A. Williams (Regno Unito)

Ecco il film liberatorio e passatempo del sabato sera: un trittico teatrale sul mondo del calcio (ma non si vede nemmeno un pallone) sulle baruffe tra due bonerrimi e una donna misteriosa. È la notte prima della finale di Champions League e le due promesse del calcio inglese Jason e Ade dividono la camera d’hotel. Anni dopo uno dei due ha avuto successo e la sua privacy è a rischio.

Il tabù è massimo: l’omofobia nel mondo del calcio (frantumato nel tuffo da Greg Louganis e Tom Daley, nel tennis dalla Navratilova, nel rugby da Gareth Thomas) ma il film-caramella non dice nulla sul problema sociologico ma diverte, è simpatico e pieno di carne polposa. Il vero Pass per arrivare all’outing dei calciatori resta l’arbitro, la moglie di copertura o la doccia insieme.

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2Cool2Be4gotten di Petersen Vargas (Filippine)

È nato il nuovo Lav Diaz? Alla sua opera prima, il ventiquattrenne di Pampanga firma un sorprendente mystery ambientato nei tardi Anni Novanta nella città di Angeles. Si racconta dell’amore tra un ragazzo molto dotato, Felix, e i due fratelli Snyder Magnus e Maxim, figli di una prostituta del luogo e di un soldato americano, che arrivano nella sua scuola. Quale segreto nascondono? E che cosa c’è dietro la legge dell’attrazione che sconvolge Felix? Attraverso un ammirevole sguardo geometrico e un’attenzione particolare al colore (la fotografia è di Carlos Mauricio), Vargas ci immerge in un mondo esoterico di riti e credenze – c’entra la catastrofica eruzione del vulcano Pinatubo che ha lasciato il ‘layat’, una sorta di melma, ci ha spiegato il regista – che ricorda l’emozione sensibile dei film di Ryosuke Hashiguchi ma ha anche qualcosa di Lav Diaz nella rappresentazione del lato misterico della natura come specchio della complessa storia delle Filippine (la colonizzazione cattolica e il mito di Bernardo Carpio).

È nato un regista: 2Cool2Be4gotten meriterebbe di essere distribuito nelle sale tradizionali e si proietta in zona premio.

The Wound di John Trengove

Deludente drama primitivista dallo sforzo produttivo non indifferente (Sudafrica/Germania/Paesi Bassi/Francia, con appoggio del Torino Film Lab), è un noioso dramma sudafricano sull’ukwaluka, un rito di passaggio che consiste nella circoncisione e in una sorta di patto di sangue fra individui e tribù. Kwanda è occidentalizzato, Xolani il suo mentore trentenne e solitario: amore e aggressività si alternano fino a conseguenze imprevedibili. Personaggi tagliati con l’accetta, nessun senso del paesaggio, una visione dell’omosessualità che in realtà descrive solo un mondo molto circoscritto senza farne capire i riflessi altrove, soprattutto nel mondo occidentalizzato. Da dimenticare.