MARLENE DA’ IL VIA AL FESTIVAL GAY

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L'Angelo Azzurro inaugura il 16° Festival Internazionale di Film con Tematiche Omosessuali di Torino

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Una Marlene con cilindro spunta dal fondo della sala buia, un raggio di luce la segue per la sala, quasi a far gli onori di casa della manifestazione che l’ha scelta come icona: l’Angelo Azzurro sale sul palco e, a sorpresa, regala un mazzo di fiori a un’inattesa Edith Piaf intonando una bellissima Ma vie en rose. E’ l’omaggio delle attrici Virginia Barrett e Raffaella De Vita alla diva mitica, sintesi di mistero e androginia, che accompagnerà con la sua allure imperitura il 16° Festival Internazionale di Film con Tematiche Omosessuali di Torino, inauguratosi al Teatro Nuovo proprio con un film biografico sulla Dietrich, Marlene di Joseph Vilsmaier.

Costato 17,8 milioni di marchi (circa 18 miliardi di lire) e girato in Germania, in Austria e a Los Angeles, fornisce un ritratto della diva tedesca ben lontana dal mito sedimentatosi nell’immaginario dello spettatore comune: una donna forse più materna e legata alla famiglia di quanto si immaginasse (soprattutto all’adorata figlia Maria Riva, dalla cui autobiografia è tratto il film, poiché il marito Rudolf Sieber la tradì con la bambinaia destinata al manicomio e a sua volta lui tollerò i continui tradimenti di lei), insicura e poco motivata all’inizio della sua carriera (Joseph Von Sternberg, regista pigmalione che la amò e lanciò, le fece girare sei film a Hollywood tra cui ‘Morocco’ e ‘Shangai Express’ e le insegnò a gestire il lusso e l’immagine da diva) e neanche poi così trasgressiva (a parte l’inizio del film, in cui bacia un’amica sulla bocca e frequenta un club gay a Berlino, la sua presunta bisessualità è quasi taciuta, e la storia d’amore con Mercedes de Acosta – amante anche di Greta Garbo – si riduce a una semplice telefonata); moltissimi invece sono gli uomini che amò, forse più di tutti un sottotenente tedesco che lei abbandonerà dopo aver scoperto che lavora per i nazisti (morirà poi in guerra).

Di Marlene si evidenzia soprattutto una ‘Dietrich politica’, che si oppone al nazismo emergente che la rivorrebbe in Germania e non a servire ‘gli ebrei americani’ e che durante la guerra va a cantare al fronte per i soldati ‘The boys in the backroom’. Interpretato da una brava e understated Katja Flint, dal profilo meno spigoloso e dallo sguardo curiosamente più simile a quello di Greta Garbo (ma nel film compare anche un articolo di Variety che definisce la Dietrich proprio ‘la nuova Greta Garbo’), è un onesto biopic con qualche caduta di ritmo dovuta a una regia troppo lineare e un po’ televisiva.

Immagine regale: la Dietrich con l’immenso abito rosso di Caterina la Grande per ‘L’imperatrice Caterina’ (1934) trasportata da un camion sul set dove, bisticciando col regista Von Sternberg, si mette a distribuire la zuppa alla troupe. Il film è incorniciato dall’ultima apparizione pubblica della Dietrich, alla Carnegie Hall a New York nel 1975, dove, semiubriaca e impellicciata con zibellino bianco, salutò per l’ultima volta il suo amato pubblico. Anche a Torino il pubblico ha applaudito (ma senza troppi entusiasmi).

E per riabituarci ai nostri miti di carta, festa-corollario dedicata ai più recenti Anni Ottanta: è curioso rivedere Alberto Camerini rapato con cresta punk, Den Harrow con baffetto e faccione, Valentina Gautier (organizzatrice delle feste della manifestazione) nuovamente desiderosa di angeli, Viola Valentino applauditissima che riesuma ‘Romantici’ (Sanremo ’82!).

Festival è iniziato, viva il festival.

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