#CinemaSTop – La top ten del 2015: vince The Summer of Sangailé

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Ecco l'immancabile classifica dei migliori film lgbt dell'anno: seguono Carol e Gardenia

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Eccoci arrivati alla tradizionale classifica dei migliori film LGBT dell’anno 2015.

1. The Summer of Sangailé di Alanté Kawaité
Fino all’ultimo eravamo indecisi se scegliere il raffinatissimo Carol di Todd Haynes oppure questa dirompente storia d’amore lituana tra una cameriera e una ragazza problematica che si scopre affascinata dall’aeronautica. Abbiamo scelto The Summer of Sangailé di Alanté Kawaité – sarà distribuito nel 2016 in Italia – perché ha la regia più innovativa (droni da vertigine, videocamera controllatissima, nessun manierismo), due interpreti da togliere il fiato, eroticamente complementari, per un emozionante romanzo di formazione sul primo innamoramento fra una cameriera-artista e una ragazza di forte personalità che scopre grazie alla prima una grande passione: volare. Se lo spettatore si chiede quanto sia ‘onesta’ la scena della lotteria all’inizio del film, la potenza dello stesso sta piuttosto nel rendere una storia d’amore tutto sommato piuttosto convenzionale in un tuffo nell’emozione pura, nella scoperta di nuove sensazioni, nell’innegabile turbine travolgente in cui vengono coinvolti i cinque sensi che si prova quando ci si innamora per la prima volta. La scena d’amore ‘illuminata’ nel prato è la sequenza più bella dell’anno. Una sorta di originale Top Gun lesbico con looping solo al femminile. Vertiginosamente magnifico.

2. CAROL di Todd Haynes
L’alta scuola formalista del grande Todd Haynes firma un elegantissimo e raffinato melò dalle parti di Lontano dal Paradiso, plasmando il celebre, omonimo giallo di Patricia Highsmith in un quadro di Hopper con pennellate alla Turner consentendo vibrazioni magiche alle due splendidi attrici, Cate Blanchett e Rooney Mara, oltre ogni limite per espressività e glamour.
Sarà il frontrunner dei prossimi Oscar: l’unico punto debole è una freddezza estetica che sfiora la perfezione.

3. GARDENIA di Thomas Wallner
Vincitore all’ultimo Togay, è uno spettacolo teatrale in cui anziani transessuali e ‘vecchie checché’ travestite si raccontano, danzano e ballano “come se l’ultimo sipario ci dovesse dire addio”. In questo dolente doc testamentario, vediamo i protagonisti confrontarsi con i dolori e le difficoltà della vita quotidiana, la liberazione dell’illusione artistica, l’applauso del pubblico. Che arriva sempre prima che il sipario scenda per l’ultima volta. Nostalgico.

4. FREEHELD di Peter Sollett
È il film lgbt più politico dell’anno, l’unico che potrebbe scuotere la narcolettica classe politica italiana per ottenere uno straccio di riconoscimento giuridico per le unioni civili: una coppia convivente, formata da una meccanica e una poliziotta (Ellen Page e Julianne Moore) viene sconvolta dalla notizia di una grave malattia di quest’ultima. La sua fidanzata si batterà per avere i diritti di reversibilità della pensione: lì otterrà grazie all’aiuto di un combattivo attivista gay (Steve Carell). Per Julianne Moore non ci sono più aggettivi, Ellen Page potrebbe raggiungerla con la vittoria del premio Oscar. Resterà nella storia del cinema lgbt come Philadelphia e Milk.

5. EISENSTEIN IN MEXICO di Peter Greenaway
Ritorno in forma del visionario Maestro de Lo zoo di Venere e Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, è una reinterpretazione tipicamente ‘Greenaway style‘ (quindi miscellanea e sovrapposizione di video, suoni, scritte) del periodo messicano del grande regista russo innamoratosi di una guida locale. Eros fiammeggiante ma anche ironico, scenografie scintillanti, quel gusto barocco e ridondante che è solo suo. Greenaway (è) in vita, e sta decisamente bene.

6. TE PROMETO ANARQUIA di Julio Hernandez Cordon
Rivelazione messicana scoperta al Festival di Locarno (il migliore dell’anno), è un curioso pastiche tra melò, dramma e horror vampiresco sui generis. Due ragazzini amanti – fra loro e dello skateboard – commerciano in sangue umano sul mercato nero ma quando sparisce un camion di donatori sarà paura.
Grande maestria stilistica, due scene di sesso memorabili (pure un threesome con amica, virato in rosso), originalità da vendere. Personalissimo.

7. NASTY BABY di Sebastian Silva
La famiglia gay come non l’abbiamo mai vista (sto dicendo in generale, certo non in Italia!). Altro che Antonio e Antonio (Banderas?) nel Mulino Bianco ma due supercool newyorchesi, artista bianco e paesaggista nero, che desiderano a tutti i costi un figlio con l’aiuto della ‘frociarola’ sempre disponibile. Ma il vicino homeless non li sopporta: pur di difendere il loro nido, uno di loro sarà disposto a tutto. Svolta quasi horror per una profonda riflessione sul limite tra diritto privato e condivisione pubblica. Spiazzante.

8. TANGERINE di Sean Greer
Miracolo underground girato con un iPhone 5S e un gran lavoro di postproduzione per ottenere una fotografia dai toni aranciati assai bella, racconta di due transessuali alla ricerca di una di loro che ha tradito la più scatenata. Raramente si è vista L.A. così verosimilmente desolante dal punto di vista del marciapiede (ma c’è anche ironia: il cliente che caccia la prostituta perché ha la patata). Attrici bravissime.

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