Nanni Moretti icona gay? Lui ci sta

Il direttore del Torino Film Festival, quest’anno molto queer, accetta la definizione di icona gay: “A patto che la coordinatrice sia un’icona lesbica!”. Molto omo la sezione ‘British Renaissance’.

Incontriamo Nanni Moretti in un locale trendy del centro, l’elegante Kuoki. È rilassato, disponibile, forse un po’ stanco. Conoscendo la sua ritrosia nei confronti dei giornalisti, siamo quanto mai guardinghi. Invece ci sorride, ascolta con interesse e sta al gioco. Gli facciamo i complimenti per la quantità ma soprattutto la qualità delle opere a tematica queer presenti al 26° Torino Film Festival: non se ne erano mai viste così tante in un’unica edizione – “Sembra di essere al Togay” è il commento più frequente del pubblico omosessuale, mai così abbondante e riconoscibile – apprezzate anche dai quotidianisti (in testa il lesbico “The Baby Formula” di Alison Reid, che propone un futuro rivoluzionario in cui lo sperma verrà prodotto dalle cellule staminali delle donne). 

Lanciamo così una provocazione: e se la definissimo un’icona gay, vista anche l’apertura al mondo lesbo, grazie alla coppia di donne desiderose di un figlio nel suo ultimo film, ‘Il Caimano’? Lui ci sta, ma pone una condizione: “Fate come volete. A patto che Emanuela Martini (coordinatrice del festival, n.d.r.) venga lanciata come icona lesbica!”. Perché no? Dopotutto con quel suo look mascolino, capello corto e rosseggiante, voce roca e modi spicci, la definizione è azzeccata, tant’è che a farla da padrone al 26° TFF sono le donne omosessuali. Segue una riflessione sul cinema a tematica queer, sulla sensibilità con cui i selezionatori del festival hanno avuto un occhio di riguardo nei confronti della produzione lgbt (non è un mistero che al Festival ci siano diversi gay in ruoli chiave). Ma il discorso arriva a una conclusione inaspettata: e se i tanti omosessuali del mondo del cinema fossero così produttivi perché hanno più tempo non facendo figli? Tant’è. 

Oggi viene presentato un film on the road, Donne-moi la main’ di un regista che è davvero una creatura tutta torinese: Pascal Alex-Vincent, autore gay cresciuto a ‘Da Sodoma a Hollywood’ e lanciato poi da un corto, ‘Bébé requin’, finito in concorso a Cannes. Moretti sembra davvero soddisfatto di questa sua scelta, una curiosa opera prima in cui due fratelli gemelli diciottenni, Antoine e Quentin, decidono di raggiungere a piedi la Spagna per assistere ai funerali della madre. Ma a un certo punto Antoine è costretto a proseguire il viaggio da solo, senza sapere dove si trovi Quentin. 

Intanto, si sta dimostrando molto omo la sezione ‘British Renaissance’ dedicata al cinema inglese del periodo thatcheriano (il decennio ’78  – ’88), quello più arrabbiato e politico – Maggie in un paio d’anni mise in ginocchio tutto il welfare state britannico, abbattendo i finanziamenti all’industria cinematografica – composta da ben 36 titoli più quattro dedicati all’autore televisivo di ‘Pennies from Heaven’ e ‘The Singing Detective’, il genialoide Dennis Potter. Possiamo così (ri)scoprire il talento visionario dell’immenso Derek Jarman nel militante ‘Jubilee’, immergerci nelle malinconiche atmosfere elegiache del purtroppo poco conosciuto Terence Davies (la trilogia composta da ‘Children’, ‘Madonna and Child’, ‘Death and Transfiguration’), ammirare un bellissimo Rupert Everett nel trascinante ‘Another Country’ di Marek Kanievska, commuoversi alla visione del riuscito ritratto della comunità pakistana nel significativo ‘My Beautiful Laundrette’ di Stephen Frears, scoprire l’intrigante sottotesto gay tra i protagonisti del solare ‘A Month in the Country’ di Pat O’Connor. 

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