Nymphomaniac – Director’s cut, cinque ore e mezza di cinema “totale”

Nella versione integrale del maestoso lavoro di Von Trier la parte lesbica resta invariata

Per i cinefili incalliti sono una sorta di ludica sfida di resistenza a metà strada tra il gioco intellettuale e la prova fisica: stiamo parlando delle cosiddette ‘cinemaratone’, ovvero le visioni continuative di film dalla lunghezza smodata, come le sette ore e un quarto di estenuanti ma magistrali piani sequenza di “Satantango” (1994) dell’ungherese Béla Tarr o le sei ore e quaranta di “La scarpina di raso”, ineffabile ‘film-continente’, come lo definì Tullio Kezich, del sublime regista ultracentenario Manoel De Oliveira. Eccoci reduci dalla “nymphomaratona“, ovvero la visione di “Nymphomaniac – Director’s Cut” di Lars Von Trier, monumentale versione senza tagli di quasi cinque ore e mezza che è uscita in Francia in dvd e Blu-Ray: tre dischi di cui uno di soli extra, con un interessante commento del critico Philippe Rouyer sulle differenze tra le due versioni dal titolo “Più è lungo, più è buono?” e varie interviste ai protagonisti. Non è stata ancora annunciata l’uscita italiana che non è per altro nemmeno certa.

Avevamo già visto la versione integrale del Volume Uno a Berlino (trovate la recensione qui) mentre quella più sforbiciata resta la seconda parte, ben 55 minuti reintegrati nel Director’s Cut. Oltre a vari raccordi hard ricostruiti digitalmente, coi sessi di controfigure porno editati sul corpo degli attori (nel complesso solo qualche minuto in più), spicca una sconvolgente scena di autoaborto al limite della sostenibilità, molto più forte di un’analoga sequenza del rumeno “4 mesi 3 settimane 2 giorni” di Cristian Mungiu. Le altre aggiunte sono riassumibili in qualche passeggiata in più di Joe col padre in mezzo alla natura, una dilatazione del capitolo “La Chiesa d’Occidente e d’Oriente (L’anatra silenziosa)” col master K di bondage interpretato da un magnetico Jamie Bell, nonché l’inedito racconto di una ninfomane del gruppo di autoaiuto per sex addicts che si sdraia sul carbone circondata da voyeurs.

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La parte lesbica sull’innamoramento di Joe (Charlotte Gainsbourg) per la giovane P (Mia Goth), sua assistente nella deriva criminale da usuraia, resta sostanzialmente invariata, con forse qualche indugio in più sul pube dolorante della protagonista. Nel complesso, la versione integrale restituisce l’anima più oscura, punk e radicale di un film di rara cupezza, estremamente affascinante, un’odissea esistenziale dominata da un’edonistica dipendenza dal desiderio erotico e da una profonda solitudine interiore.

Rappresenta inoltre il definitivo sdoganamento del sesso esplicito inteso come semplice elemento narrativo all’interno di un film d’autore non pornografico, restituito finalmente nella versione voluta dall’autore. Nonostante la durata fiume di cinque ore e 25’, il maestoso “Nymphomaniac – Director’s Cut” non annoia mai e riesce a parlare di filosofia, matematica, storia e religione attraverso un originale stile digressionista in grado di tenere sempre alta l’attenzione dello spettatore: i dialoghi tra Joe e il solitario professor Seligman (Stellan Skarsgård) sono più fitti e divagatori – si sente anche la provocatoria frase: “Hitler non era in fin dei conti uno a cui la società ha lasciato libero spazio?” che ricorda la polemica di quattro anni fa che causò a Von Trier la cacciata dal Festival di Cannes – mentre i nuovi inserti video riguardano varie curiosità, dalla sfaccettatura dei diamanti ai nodi per i cappi da impiccagione.

Il maestro danese sta ora lavorando al suo nuovo progetto, un horror per la tv nello stile de “Il Regno” dal titolo “The House That Jack Built” (“La casa che costruì Jack”). La produttrice Louise Vesth l’ha presentato così all’ultima Mostra di Venezia: “Lars ha davvero una buona idea di cui non posso dirvi altro al momento. Vuole un grande cast e da quello che ho sentito sono sicura che sarà qualcosa che non avete mai visto prima e non vedrete mai più”. Interrompendo un silenzio stampa di tre anni, a fine novembre, Von Trier ha però dichiarato al quotidiano Politikien di temere d’aver perso la sua creatività essendosi disintossicato da alcol e droga.