Perché è così importante l’Oscar a Moonlight, il film gay più premiato della storia

di

Il commovente dramma queer di Barry Jenkins ha vinto ben 186 premi in tutto il mondo. Ma i tre Oscar lo fanno entrare nella Storia.

CONDIVIDI
692 Condivisioni Facebook 692 Twitter Google WhatsApp
22943 3

Centottantasei. Sono tanti, tantissimi i premi raggranellati in giro per il mondo dal ‘piccolo’ grande Moonlight (budget irrisorio per un film da Oscar, circa un milione e mezzo di dollari) che batte così Brokeback Mountain fermatosi a centotrentacinque (!).

Un giorno prima dell’Oscar, Moonlight aveva fatto man bassa agli Spirit Indipendent Awards che premiano film indipendenti dal budget inferiore ai venti milioni di dollari (quindi La La Land era escluso). L’emozionante dramma gay di Barry Jenkins si era infatti aggiudicato i trofei per il miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio e il premio Robert Altman che viene assegnato al regista, al responsabile del casting e all’intero cast.

È la riscossa di Davide (e Gionata) contro Golia – La La Land è costato circa 30 milioni di dollari – quindi del cinema d’autore capace di grandi risultati con pochi mezzi contro il gigantismo hollywoodiano a volte privo di contenuti e superficiale. Ma c’è anche un dato oggettivo che spiegherebbe come ha fatto Moonlight a trionfare: l’ondata black in risposta agli Oscars ‘so white’ del 2016 e le preoccupazione per il trumpismo dilagante ha sicuramente fatto propendere i giurati verso il tema serio dei diritti civili e della lotta all’omofobia piuttosto che la spensieratezza un po’ frivola e citazionista di La La Land. Inoltre, fra i 638 nuovi membri dell’Academy circa il 41%, cioè 262 persone, sono non bianche, e sicuramente questo ha influito.

E poi, quel senso di rivalsa per il più imprevedibile twist della storia hollywoodiana, quel pasticciaccio brutto in grado di cambiare le carte in tavole all’ultimo secondo, quel clamoroso errore di busta che aveva dato vincitore come miglior film La La Land con tanto di produttore e cast già festante sul palco. La società che si occupa del conteggio dei voti agli Oscar, la PriceWaterHouseCooper, ha annunciato di aver aperto un’inchiesta sul clamoroso errore: “Ci scusiamo sinceramente con Moonlight e La La Land, Warren Beatty, Faye Dunaway e tutti i telespettatori per quanto accaduto durante l’annuncio del miglior film. I presentatori hanno ricevuto per errore la busta sbagliata, errore che è stato immediatamente corretto appena scoperto. Stiamo investigando”.

Un’altra, terribile gaffe è stata fatta durante l’elenco degli scomparsi In Memoriam: è apparsa la foto della produttrice australiana Jan Chapman, vivissima e piuttosto arrabbiata per l’accaduto, accanto al nome della sua collaboratrice Janet Patterson, costumista morta l’anno scorso.

Ma perché i tre Oscar a Moonlight, e in particolare quello supremo al migliore film, sono così importanti per il cinema queer? Perché tradizionalmente quello LGBT è un genere di cinema considerato di ‘nicchia’, con una circuitazione propria che difficilmente arriva al grande pubblico, festival a tematica che diventano automaticamente contenitori di prodotti cinematografici spesso indipendenti senza possibilità di distribuzione tradizionale. Una delle critiche più diffuse, infatti, è che Moonlight è troppo ‘piccolo’, troppo ‘indie’ per Hollywood mentre l’Academy, con questo inatteso riconoscimento, vuole anche premiare proprio l’impegno per l’utilizzo al meglio del modesto budget (c’è inoltre chi lo accosta agli stilemi tipici del Sundance, quando l’essenzialità e l’autorialità sofisticata di Moonlight sono quanto di più lontano da certi mumblecore camera e tinello caratteristici proprio del Sundance). Moonlight affronta inoltre molti temi sensibili quali la droga, l’esclusione sociale, la violenza negli slums di Liberty City, uno dei quartieri più pericolosi di Miami, quindi la tematica queer convive sapientemente con argomenti altrettanto pregnanti di stretta attualità.

Tanto più che i film queer black sono ancora decisamente pochi e, curiosamente, soprattutto saffici: ricordiamo il cult lesbico The Watermelon Woman di Cheryl Dunye, l’ironico She Hate Me di Spike Lee e il drammatico Pariah diretto da Dee Rees e premiato al Sundance per la migliore fotografia nel 2011.

Moonlight ha inoltre incassato circa 22 milioni di dollari in America, quindi si sta rivelando un buon successo commerciale in patria, anche se in Italia, dov’è distribuito dall’avveduta Lucky Red, non sta andando bene (solo 313.000 euro). Ma forse, dopo l’Oscar, potrebbe recuperare. I tre Academy Awards gli conferiscono adesso una sorta di lasciapassare autorevole che la emancipa in un certo senso da una categoria, quella queer, che viene considerata ingiustamente ‘ghettizzante’, come se il cinema gay interessasse solo ai gay (in base a questo ragionamento gli omosessuali non dovrebbero guardare cinema ‘etero’?). Questo risultato a livello mondiale l’ha ottenuto ultimamente solo un altro grande film, oltre a Brokeback Mountain e Moonlight, ed è il capolavoro lesbico di Kechiche La Vie d’Adèle, capace di trovare un pubblico ben al di là dell’audience lgbt.

Insomma, se non l’avete ancora visto, recuperate Moonlight prima possibile!

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...