Peter Greenaway: “Eisenstein scoprì di essere gay in Messico”

Il 4 aprile alle ore 18 il regista gallese interverrà all’Auditorium di Santa Margherita a Venezia durante l’incontro “Incroci di civiltà” per parlare del suo nuovo lavoro “Eisenstein in Guanajuato”.

“Eisenstein scoprì di essere gay in Messico“. Lo sostiene il regista inglese Peter Greenaway dal set messicano del suo nuovo film “Eisenstein in Guanajuato”, multiaffresco barocco dedicato al sommo maestro russo, una produzione olandese che uscirà in settembre, con Luis Alberti, Stelio Savante, Lisa Owen ed Elmer Baeck nel ruolo del protagonista.

“In Messico emerse la sua omosessualità – ha rivelato Greenaway -, un evento che trasformò radicalmente il suo cinema e la sua vita”.

Nel film video-enciclopedico si cercherà di approfondire il ‘periodo messicano’ di Eisenstein (1931-1933) in cui girò ‘Lampi sul Messico’ e il fondativo ‘Que viva Mexico!’ che rimase incompiuto. “Il risveglio di Eisenstein è legato alla sua sessualità – continua Greenaway – e alla consapevolezza della mortalità, connessa sempre a quella del sesso”.

Il 4 aprile alle ore 18 Greenaway parteciperà all’incontro “Incroci di civiltà” organizzata dall’Università Cà Foscari e dal comune di Venezia presso l’Auditorium Santa Margherita in cui interverranno Franco Laera e Vincenzo Patanè.

L’idea nacque dieci anni fa, a Guanajuato, in cui Greenaway presentò il pluricatalogo teatrale ‘1-00 Objects to Represent the World’ ed effettuò ricerche sul soggiorno messicano del grande autore russo de “La corazzata Potëmkin” e “Aleksandr Nevskij”.

La realizzazione di ‘Que viva Mexico!’ fu alquanto travagliata, poiché per l’ambizioso progetto sorretto dal finanziamento di un gruppo nordamericano con in testa Mary e Upton Sinclair, Eisenstein esaurì presto i soldi e fu richiamato in patria, sollevando le ire di Stalin. Il materiale girato fu partizionato in quattro lavori differenti, due usciti nel 1933 (“Eisenstein in Mexico” e “Lampi sul Messico”), “Death Day” l’anno successivo e “Time in the Sun” nel 1940. Nel film si descrive con taglio documentaristico la complessità della cultura messicana e ci sono vari spunti con accenni gay: sguardi complici di signori celati da sombreros indistinguibili, ambigui duelli armati, la celebre scena del ‘martire interrato’ in cui un giovane viene semisepolto nella terra e fatto impazzire da una serie di cavalli imbizzarriti.

Figlio di un fervente zarista dittatoriale, l’architetto Art nouveau Mikhail Osipovich, e della figlia di un ricco commerciante di San Pietroburgo, Julia Ivanovna Konetskaya, Sergei Mikhailovich Eisenstein (1898-1948) ebbe fin da piccolo un difficile rapporto con il padre che lo ostracizzò per i suoi atteggiamenti femminei e in particolare i lunghi capelli con boccoli.

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La sua ossessione per il sadomasochismo, uno dei temi ricorrenti del suo cinema, emerse già nell’infanzia e nacque dall’adorazione per i libri ‘proibiti’ di Sacher-Masoch e De Sade: a tredici anni fu sorpreso mentre faceva giochi bondage con un amichetto.

Il grande amore di Eisenstein fu l’attore Grigory Alexandrov detto Grisha, un atletico diciannovenne biondo conosciuto nel 1922 durante le prove di un lavoro di George Bernard Shaw nel laboratorio di Mejerchold. La scrittrice Marie Seton, amica personale di Eisenstein, racconta che il primo incontro tra Sergei e Grigory fu una vera e propria zuffa per una pagnotta di pane in cui i due uomini ‘lottarono come animali’: Grigory era a digiuno da due giorni. L’amore tra i due uomini fu però messo in crisi da una relazione femminile di quest’ultimo.