Più buio di mezzanotte, una Pippi gender nell’incisivo dramma di Riso

Sala colma e applausi per l’adolescente che diventerà drag: Davide Capone emoziona

La coda è lunghissima e si dipana, ordinata e silenziosa, dall’ingresso laterale del Miramar lungo rue Pasteur, su cui si affacciano alcuni ristoranti

italiani tra cui il celebre ‘Nove’. Non è mai buio sulla Croisette, e le illuminazioni golden sono squarciate dai rombi di bolidi griffati e dai microlampi

dei bijoux prestige delle damazze fasciate in haute couture. Si è accumulato parecchio ritardo nel succedersi delle proiezioni precedenti: solo alle 23 si riesce a entrare nella sala raccolta che si colma istantaneamente. C’era grande attesa, infatti, ieri sera per il cinedebutto del catanese Sebastiano Riso “Più buio di mezzanotte”, incisivo dramma gender scelto per l’apertura della sezione laterale più cinefila e autoriale, la Semaine de la Critique, e accolto da rispettosi applaudi sui titoli di coda.

È assai affascinante questo meditato esordio che ricorda i lavori di Aurelio Grimaldi (“Le buttane”, “Ragazzi fuori”) dagli evidenti echi pasoliniani ma con una maggiore attenzione alle dinamiche sociali dei gruppi di emarginati più che alla ricerca del ‘corpo poetico’ nella vita proletaria, fulcro dell’indagine non solo sociologica ma soprattutto artistica di PPP.

“Più buio di mezzanotte” non è affatto un biopic, genere ‘contaminato’ dal linguaggio (para)televisivo, per altro in voga quest’anno a Cannes: domani sera al Marché ci sarà persino una misteriosa proiezione ‘carbonara’ di “Welcome To New York” di Ferrara sul caso Strauss-Kahn che sarà distribuito solo online da Bim giovedì prossimo.

Della movimentata vita di Davide Cordova, anima drag del Muccassassina, si ripercorre solo l’adolescenza, fulcro della ricerca identitaria e di un proprio spazio nel mondo, momento spartiacque per un quattordicenne effeminato costretto a iniezioni di ormoni effettuate direttamente dal padre violento (un bravissimo Vincenzo Amato) e mal protetto dalla madre sottomessa quasi cieca (Micaela Ramazzotti, angelicamente amabile).

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La vera rivelazione, che dà un senso profondo all’intero lavoro, è l’androgino Davide Capone, studente palermitano di musica sedicenne scelto tra 9000 candidati, efficacemente espressivo, una Pippi Calzelunghe baby gender, un Rosso Malpelo invertito (nel senso che è amato dalla madre e vessato dal padre), una ‘ginger victim’ dell’oppressione omofoba che cerca comprensione nella variopinta fauna orbitante il parco di Villa Bellini in un’insolita Catania graffitata e selvaggia dove c’è un florido giro di ‘puppari’, uomini sposati che vanno a ragazzini pagando (si legge a caratteri capitali, su un muro: “L’amore ti fotte”).

L’intero cast è affiatato e solidale: dalla protettiva zebra mechata Rettore – “Io che sono niente nullità chissà che Dio diventerei…” si sente dalla cultissima ‘Amore stella’ – interpretata con trasporto da Giovanni Gulizia, al convincente glam di strada e polvere della Meriliv Morlov a cui dà il pallido incarnato un battagliero Sebastian Gimelli Morosini.

“Sono felice di questo film e molto fiduciosa, speranzosa – ha detto all’incontro stampa il vero Davide in arte ‘Fuxia’ – che tanti genitori possano capire che a prescindere dalla diversità i figli vanno amati e coccolati, la loro vita va protetta perché è unica. A ciascuno serve amore per avere la forza per continuare a vivere”.

“L’omosessualità è ancora considerata una malattia – ha continuato il regista – e i suicidi di bambini non si contano: non è cambiato nulla, né in Sicilia né in Italia, perché non c’è una legge sull’omofobia e al massimo l’omosessualità è considerata un’esuberanza sessuale o un vezzo di grandi artisti come Visconti. Il Presidente della Sicilia, Crocetta, è gay, è accettato, ma sarebbe meglio se non lo fosse: eppure, un omosessuale è come uno che nasce con gli occhi verdi o i capelli biondi”.

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“L’omosessualità è ancora un tabù nel nostro Paese, pertanto questo film è politico – conclude Pippo Delbono che interpreta un pappone sempre vestito di bianco – ma sarebbe importante che anche i miei colleghi artisti parlassero: penso a Renato Zero”.