Lili prima trans nell’ampolloso The Danish Girl: ma che bravo Redmayne

Sontuosità scenica ma lunghezza eccessiva per l’ambizioso e sofisticato biopic di Hooper.

“Credo che il matrimonio sia la sola cosa a cui ambire nella vita […] Dà origine a un’altra vita, qualcosa di più di entrambi”.

Lo dice a metà film un lodevole Eddie Redmayne alias Lili Elbe (a sua volta alias Einar Wegener) nel sofisticato ma un po’ ampolloso The Danish Girl di Tom Hooper, raffinato ritratto-biopic ad alta sontuosità estetizzante tratto dall’omonimo romanzo di David Ebershoff sulla prima trans operata della Storia: pittore piuttosto stimato di Copenaghen, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento ma, soprattutto, a cavallo fra l’identità di un rispettabile marito borghese e l’identità femminile di fascinosa donna seducente che prevarrà, fatale.

In piena riabilitazione mediatica – soprattutto televisiva, in realtà – dell’universo transessuale, finalmente non più relegato a morbosità e/o prostituzione, lo sfarzoso The Danish Girl rappresenta soprattutto la (ri)scoperta della pioniera assoluta del cambiamento di sesso, questo pittore diafano, esile, timido, tale Einar Wegener, nato nel 1882 e sposatosi a 22 anni con la graziosa collega Gerda Gottlieb (lui paesaggista riconosciuto, lei più ‘commerciale’ e dedita a riviste di moda, un po’ frustrata perché non ‘sfonda’ nel mondo artistico come il marito).

Il bisogno di sostituire una modella in tutù che doveva posare davanti alla moglie diventa per Einar, travestito da donna, prima un gioco puerile poi la scoperta di un profondo bisogno identitario tenuto nascosto per imposizione sociale. Egli ebbe già rapporti in gioventù con un bellone virile, assai ben interpretato da Matthias Schoenaerts, al punto che Lili Elbe non si rivela solo un fugace sogno di essere ‘diversi’ per una sera ma diventa la sua anima profonda, a cui si deve adattare con lenta e problematica accettazione, anche l’innamorata Gerda, in forte turbamento quando comprende che il ‘gioco’ è andato troppo in là per non essere preso sul serio.

Il travaglio identitario è vissuto, quindi, non solo da Einar ma anche dalla moglie stessa (Alicia Wikander, palpitante e cocciutamente risoluta, assai brava), al punto che la vicenda ha in sé alcuni interessanti germogli gender: sembra quasi la storia di una coppia lesbica, poiché Gerda pare accettare che il marito viva la sua parte femminile vestendosi da donna in casa (e quando lei teme il tradimento di lui col delicato Henrik – l’attore gay Ben Whishaw – lui la rassicura che non può esserci nulla poiché Henrik è omosessuale!). Eddie Redmayne riesce a incarnare con convinzione il ‘doppio’ ruolo di Einar/Lili, alternando prima fluidamente la compresenza delle due personalità – un dottore vuole persino rinchiuderlo diagnosticandogli la schizofrenia – e poi una lenta predominanza della ‘rinata’ Lili Elbe.

La seconda parte, quella parigina e poi tedesca (a Dresda viene effettuata l’avanguardistica operazione di cambio di sesso seguita da una seconda in cui si tenta la ricostruzione dell’utero: in realtà Einar subì cinque interventi) è un po’ semplificata e viene tranciato l’impatto mediatico dell’epoca che portò il re danese Cristiano X a invalidare nel 1930 il matrimonio di Einar e Gerda.

The Danish Girl colpisce soprattutto a livello formale per la fattura estetica: ecco quindi tutto un fiorire di satin ricamati, pizzi, lazzi svolazzanti e preziose fougères. Gli ammiratori del genere bei guardaroba ed accessori apprezzeranno la stupenda confezione che comprende anche le musiche avvolgenti firmate dal sempre elegante Alexandre Desplat.

Ti suggeriamo anche  Essere Divina, il laboratorio drag aperto a uomini e donne

Quattro nominations agli Oscar – oltre agli impeccabili attori protagonisti, i mirabili costumi di Paco Delgado e le magniloquenti scenografie di Eve Stewart e Michael Standish – nonché un generoso Queer Lion al Festival di Venezia: il potente dramma venezuelano Ti Guardo di Lorenzo Vigas, già Leone d’Oro, è oggettivamente più bello, ma il premio LGBT va probabilmente inteso sia per la qualità tecnica complessiva che per il significato ‘politico’ protrans. Un cut definitivo sarebbe servito, oltre che a Einar, anche al film stesso che uscirà in Italia dopodomani: una scorciatina di un quarto d’ora (il film dura due ore, eccessive) avrebbe giovato.