Rivelazioni al Torino Film Festival: The Duke of Burgundy e Nova Dubai

Mange tes morts si pappa il 32° TFF. La scoperta queer è il brasiliano Gustavo Vinagre.

VINCITORI – Per qualche ragione inspiegabile non ha vinto il migliore, che era appunto l’ungherese “For Some Inexplicable Reason” di Gabor Reisz, strepitosa commedia esistenziale densa di idee creativamente accattivanti e brillanti invenzioni visive su un bamboccione di Budapest mollato dalla fidanzata e indeciso su quale strada prendere nel suo futuro prossimo. Si è infatti dovuto accontentare del Premio Speciale della Giuria e altri tre riconoscimenti minori poiché ha trionfato il francese “Mange tes morts” di Jean-Charles Hue, verboso (e barboso) on the road su quattro balordi di una comunità seminomade rom, gli Jenisch, fortemente cattolica. La gang scalcagnata tenta di organizzare un furto di rame dopo l’uscita dal carcere del fratellastro di uno di loro che ha appena finito di scontare quindici anni ma le tensioni interne al gruppo rischiano di scoppiare. Ipotizziamo che la giuria abbia voluto segnalare soprattutto lo sguardo antropologico su una minoranza di cui non sappiamo praticamente nulla, più interessante della vicenda criminale già vista mille volte e incapace di creare qualsivoglia empatia con lo spettatore.

LA RIVELAZIONE QUEER – Ma questa variegata edizione con predilezione per l’horror, grande passione dell’ottima neodirettrice Emanuela Martini (l’australiano “The Babadook” di Jennifer Kent, convenzionale e naif, non era però da concorso e anche lo strombazzato “It Follows” non era entusiasmante), ha riservato qualche piacevole rivelazione queer. Oltre ai titoli di cui abbiamo già parlato, è stata una sorpresa l’inglese “The Duke of Burgundy” di Peter Strickland, raffinato film erotico che effettua un’operazione interessante: attualizzare con particolare cura formale un filone che andava di moda anche in Italia negli anni ’70 sulla scia della saga di “Emmanuelle” ma in chiave esclusivamente lesbica (non si vede nemmeno un uomo in tutto il film: l’unico sguardo maschile è quello del regista). Un intrigante gioco seduttivo delle parti tra padrona e serva, un’altera entomologa cinquantenne che vive in una lussuosa villa immersa nel verde, Cynthia (Sidse Babett Knudsen, vincitrice del premio per la miglior attrice ex aequo con Hadas Yaron per “Felix & Meira”), e la sottomessa domestica Evelyn (l’italiana Chiara D’Anna, ugualmente brava). Un rito sottilmente sadomaso tutto ‘di testa’, piuttosto pudico (si intravede solo un cunnilingus), ripetuto ossessivamente tutti i giorni: “Sei in ritardo. Pulisci lo studio e non metterci tutto il giorno a ‘sto giro. Ho detto che puoi sederti? Massaggiami i piedi”. Poi Cynthia scopre che Evelyn si è dimenticata di lavare a mano una mutandina e la punisce con un’abbondante golden shower (intuita fuori campo dietro una porta). Per questo Cynthia beve acqua in continuazione. Lesbochic? Anche, ma soprattutto un’elegante stravaganza di lingerie tesa e spiata dai buchi della serratura, un po’ come se Petra Von Kant fosse stata invitata per un tè da Buñuel insieme a Peter Greenaway, un po’ sfrangiata nell’ultima parte con troppi finali e onestamente sfinente nella sua ripetitività ma non senza una certa ironia (Cynthia russa sonoramente e Evelyn si fa chiudere in una cassapanca). C’è anche una garbata presa in giro del cliché della donna oggetto, riscontrabile nei manichini dalle sembianze femminili che assistono tra il pubblico alle infinite lezioni di entomologia: ma Evelyn riuscirà a traformarsi da crisalide a farfalla conquistando una propria libertà o l’amore consiste proprio nella felicità di adeguarsi alla vita rassicurante e organizzata in una gabbia lucente?

IL PORNODRAMA – Un’altra rivelazione queer è il perturbante pornodrama tra fiction e documentario “Nova Dubai” del brasiliano Gustavo Vinagre, efficace mediometraggio di 53 minuti in cui due amici gay, Pedro e Bruno (il regista stesso e Bruno D’Ugo), si ribellano alla cementificazione selvaggia del nuovo quartiere che dà il titolo al film infondendo vitalità all’ambiente sfigurato da svettanti grattacieli fallici attraverso il sesso compulsivo con operai di cantiere e agenti immobiliari (il vero marito del regista, Caetano Gotardo, interpreta l’impiegato vittima di stupro). Attraverso una certa padronanza del mezzo video, il talentuoso Vinagre dalla bellezza cristologica, che si autodefinisce “aspirante poeta e porno-terrorista”, realizza un’opera personale e selvaggia in cui eros e thànatos dialogano costantemente, collocabile tra Bruce LaBruce e Antonio Da Silva, con varie scene di sesso non simulate (rimming febbrili, blowjob fino alle lacrime, sodomie sul cofano dell’auto) funzionali alla narrazione: la vera pornografia è la deturpazione disumanizzante del paesaggio con obbrobri architettonici mentre il coito rappresenta una naturale espressione del desiderio. Ma è anche una riflessione anarchica sull’assenza e l’inadeguatezza dei padri, come spiega l’amico depresso che sta sempre chiuso in casa e vorrebbe suicidarsi: “La gente nasce e muore rimanendo aggressiva e ingiusta col prossimo. Perché mio padre dovrebbe essere differente? Anche lui ha il diritto di essere violento e ingiusto”.

“La città in cui è ambientato Nova Dubai si chiama São José dos Campos – ci spiega il regista da Firenze dove partecipa in questi giorni al Festival dei Popoli col corto “La llamada” – ed è a un’ora e mezza da San Paolo. È una citta industriale senza cultura. L’ispirazione per fare il film viene dal fatto che ci ho passato la mia adolescenza e sono tornato lì per andare a trovare mia mamma, dopo aver vissuto tre anni a Cuba. Mi sono reso conto che la città stava cambiando davvero velocemente. Io non ho problemi con mio padre che non ha costruito nessun palazzo, lavorava in banca e adesso sta con la sua terza moglie, ma in Brasile abbiamo un detto che recita qualcosa del genere: nessun brasiliano ha un padre perché sono sempre assenti. Ho girato in soli cinque, economici giorni”.

LUCIO DALLA – Al TFF abbiamo anche visto l’agiografico doc di Mario Sesti “Senza Lucio” in cui viene praticamente taciuta l’omosessualità di Dalla nonostante la voce narrante sia quella del compagno Marco Alemanno: ne accenna solo Paola Pallottino, autrice di ‘4 marzo 1943’, affermando che “era buffo, lo sapevano tutti, ma Lucio non fece mai coming out” mentre si enfatizzano le sue presunte doti di medium. Il suo consulente spirituale, Enzo Bianchi, sfiora l’argomento imbarazzato accennando a un ‘meum secretum mihi’, cioè un segreto intimo per Dalla stesso: ipotizziamo che la scelta del regista di evitare la questione rispecchiasse proprio la volontà di Lucio di non parlarne anche se l’effetto per lo spettatore è un ritratto un po’ monco e reticente. Ci è sembrato semplicistico e buonista, infine, il corto “This is the way” di Giacomo Abbruzzese su una diciottenne olandese, tale Joy, con due padri gay (hanno mescolato lo sperma in un contenitore e neanche loro sanno chi sia il genitore biologico) e altrettanti madri lesbiche, nonché un fidanzato e una fidanzata, all’insegna di una bisessualità serena e senza complessi tra discoteche e party in casa con gli amici: fin troppo, perché il film sembra davvero uno spot da pubblicità progresso con famiglia quasi fiabesca, idilliaca e aproblematica. Sarà anche la perfezione del modello sociale olandese, ma così l’argomento rischia la banalizzazione all’insegna dipubblicitàlista ‘vogliamoci tutti bene’.

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