ROMA CINEFESTA GAY

di

Programma kolossal per la prima edizione di 'Cinema. Festa internazionale di Roma'. Tra i film gay imperdibile lo scandaloso 'The Yacoubian Building', il belga 'Mon Colonel' e il...

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
1491 0

Non potrebbe essere più camp la locandina della Festa del Cinema formato kolossal che Roma si sta apprestando ad ospitare dal 13 al 21 ottobre: la lupa capitolina con tanto di luminescenti occhiali puntinati di strass come una vera diva anni ’30 dal gusto decisamente eccentrico.

È davvero ciclopico il programma di questa kermesse cinematografica fortemente voluta dal sindaco Veltroni e capace di far invidia non solo a Venezia ma anche alla paludata grandeur del festival supremo, l’altezzoso Cannes: grandi anteprime come The Departed di Scorsese e Fur di Steven Shainberg, star internazionali come se piovesse (Connery, Kidman, De Niro, Di Caprio, Gere, Bellucci tanto per gradire), grandi autori anche nostrani come Tornatore e Bertolucci, un concorso volto alla scoperta di nuovi nomi ma anche conferme di registi notevoli come Guédiguian e Iosselliani, grandi spazi estesi a tutta la città (dal futuristico Auditorium alla Casa del Cinema tra via Veneto e Piazza del Popolo), ben cinque direttori a orchestrare il grande evento (Sesti, Gosetti, Cavina, Detassis e Giannelli), uno sguardo verso una fruizione il più popolare possibile: la giuria è infatti composta da cinquanta spettatori selezionati tra i 3000 che si sono proposti.

Anche dal punto di vista omosessuale, sebbene i titoli a tematica non siano molti, la proposta è interessante e di qualità: assolutamente imperdibile The Yacoubian Building di Marwan Hamed, il film egiziano più costoso della storia, responsabile di aver già scatenato infiniti dibattiti nella comunità araba (solo il gay Chahine aveva osato in Egitto parlare, e neanche così apertamente, di omosessualità): ben 112 parlamentari hanno chiesto il ritiro dalle sale di questo dramma ‘scandaloso’ tratto dall’omonimo libro arabo più letto in assoluto dopo il Corano (ben 12 edizioni), scritto da Ala Al Aswani, dentista innamorato della scrittura e divenuto celeberrimo nel suo paese – e minacciato personalmente insieme agli attori del film – grazie a questo best seller tradotto in Italia da Feltrinelli. Motivo di tanto scalpore? Una delle storie che compongono questo affresco di varia umanità è espressamente gay.

Ambientato al Cairo in un palazzo popolare di dieci piani un tempo molto elegante e, dopo la rivoluzione del 1952, ricettacolo di povera gente che si rifugia nelle sue lavanderie trasformandole in dormitori clandestini, racconta di un giornalista omosessuale, Hatim Rasheed, che dirige un settimanale in lingua francese e si innamora di un giovane soldato, Abd Rado, conosciuto per strada. Complice un bicchiere di troppo, il militare si concede al giornalista ma la relazione che sembrava destinata a durare una sola notte diventa col tempo stabile nonostante Abd abbia moglie e figli. E così l’intera famigliola si trasferirà allo Yacoubian dove il giornalista ha procurato loro un appartamento sul tetto del palazzo. Ma non è solo l’omosessualità ad aver turbato i concittadini di Aswani: nel libro si parla apertamente di estremisti religiosi (un giovane studente rifiutato da un corpo di polizia perché figlio di un portiere, dopo essere stato arrestato e torturato, si converte alla jihad) e di corruzione politica (un ex manovale arricchitosi col traffico di droga vuole infiltrarsi nelle istituzioni), temi sicuramente ‘bollenti’ che mettono in luce le principali contraddizioni del mondo arabo.

In apertura della Festa potremo scoprire l’anticonvenzionale esistenza della fotografa americana di origini russe Diane Arbus in Fur di Steven Shainberg…

Continua in seconda pagina^d

In apertura della Festa potremo scoprire l’anticonvenzionale esistenza della fotografa americana di origini russe Diane Arbus in Fur di Steven Shainberg, divenuta celebre negli anni ’60 per i suoi bizzarri ritratti di freaks ed emarginati, homeless e travestiti (la sua foto Identical Twins ispirò Kubrick per le due inquietanti gemelline di Shining). Incorniciato da due scene girate in un campo nudisti – le sue foto naturiste allora fecero scandalo – Fur aggiunge una storia sentimentale romanzata con un vicino di casa affetto da ipertricosi (ha l’intero corpo coperto di peli) ma riporta la vera tragica fine della Arbus, morta suicida a 48 anni nella vasca da bagno coi polsi tagliati. Progetto scomodo e non facile, portato avanti per vent’anni – rifiutato tra gli altri da Martin Scorsese e da Jonathan Demme – per ricostruire la complessa diversità di un’artista non integrata che arrivò a dichiarare: «La maggior parte delle persone attraversa la vita spaventata dal fatto di poter incappare in qualche esperienza traumatica. I freaks, invece, sono nati con il trauma. Sono degli aristocratici».

In concorso, invece, potrebbero garantire brividi queer titoli quali l’opera prima belga Mon Colonel di Laurent Herbiet sulla morte del colonnello Duplan all’indomani di un dibattito televisivo in cui il graduato difese l’onore dell’esercito parlando della guerra d’Algeria. Indagando sul passato del militare e attraverso la testimonianza di alcune lettere anonime, si scopre il suo rapporto molto intimo con la recluta Guy Rossi. Sceneggiatura di razza (Costa-Gavras anche alla produzione), attori doc – la Palma d’Oro Olivier Gourmet e l’androgino Robinson Stévénin di Mauvais genres – e sottotesti gay che richiameranno sicuramente alla memoria il Marlon Brando di Riflessi in un occhio d’oro.

Guarda una storia
d'amore Viennese.

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...