SIAMO UN PO’ TUTTI VOYEUR

Disturba e conquista l’ultimo film di Michael Haneke ‘Niente da nascondere’, un anomalo thriller d’autore sul senso di colpa e il potere delle immagini. Da non perdere.

Irriducibili spie, smanie, segreti e bugie. Forse aveva ragione Renato Zero, siamo un po’ tutti voyeur. Nella cosiddetta civiltà dell’immagine è lecito chiederselo, soprattutto dopo aver visto un film da dibattito come l’enigmatico e magistrale ‘Niente da nascondere‘ dell’imperturbabile regista austriaco Michael Haneke (ma il titolo originale ‘Caché’ è molto più bello e significa l’opposto, ‘nascosto’).

Ciò che si vede spesso è più ingannevole di ciò che resta occultato, sembra dimostrarci Haneke in questo potente e anomalo thriller d’autore che vuol essere soprattutto una profonda riflessione sull’elaborazione del senso di colpa – quindi qualcosa di invisibile – e sul potere spesso nefasto e dispotico della più immediata forma di distorsione della realtà, l’immagine.

E dire che la trama farebbe pensare a un classico giallo hitchcockiano con strizzatina d’occhio al capolavoro lesbico di David Lynch ‘Mulholland Drive‘: una coppia borghese benestante con figlio dodicenne riceve telefonate anonime e misteriose videocassette che ritraggono la loro abitazione accompagnate da disegni infantili ma raccapriccianti con bimbi e galli sgozzati. Lui, lo stimato Georges (il più introverso e impenetrabile attore francese, Daniel Auteuil, assolutamente perfetto), è il conduttore di un programma televisivo culturale dedicato ai libri e inizialmente pensa che si tratti di un suo spettatore fanatico;

lei, la placida Anna (Juliette Binoche, dall’espressività quasi zen), lavora in una casa editrice e il terrore di essere spiata le fa presto cedere i nervi.

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All’arrivo di un videotape con un indirizzo riconoscibile Georges inizia a indagare e scopre che le minacce sono legate a un episodio della sua infanzia e a un ragazzo di origine algerina che i genitori avevano in affidamento.

Ma nulla è quello che sembra (soprattutto per lo spettatore, col quale il regista gioca continuamente mescolando i piani di realtà e rappresentazione) e i sensi di colpa mineranno persino la relazione tra Georges e Anna, travolti da accuse, menzogne, sospetti.

Al glaciale autore de ‘La pianista‘, ‘Funny Games‘, ‘Benny’s video‘ (ma il suo capolavoro resta il sublime e cupo ‘Il settimo continente‘) non interessa dare una spiegazione razionale ai misteri quanto piuttosto affrontare in maniera critica i temi a lui più cari: la violenza nascosta sotto il perbenismo della società contemporanea non integrata (secondo lui «l’unico che è riuscito a rappresentare la violenza in maniera responsabile è stato Pasolini in ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’»),

l’ambiguità pericolosa dei media («i film sono 24 falsità a fotogramma»), la famiglia come nucleo centrale catalizzatore di insoddisfazioni. In questo mirabile film radicalizza il suo stile algido e calcolato con una messa in scena cristallina estremamente sofisticata fatta di lunghi piani fissi e curati campi/controcampi funzionali all’atmosfera sottilmente angosciante della vicenda. Non mancano due tocchi horror che farebbero invidia al miglior Argento.

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Non è una pellicola gay (anche se c’è un accenno al tema dell’omosessualità quando, in sala di montaggio, Georges decide di tagliare parte della sua trasmissione per affrontare l’argomento gay che ritiene più interessante) ma è assolutamente da vedere. Attenzione all’ultima inquadratura: l’elemento ‘nascosto’ che dà molte spiegazioni sulla vicenda è in basso a sinistra ma essendoci parecchi personaggi in campo lungo si rischia di non vederlo. Cameo memorabile di un’invecchiata Annie Girardot nel ruolo della madre sofferente di Georges. Meritatissima Palma d’Oro a Cannes per la miglior regia.

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