Sicilia Queer FilmFest 2015, intervista al direttore Andrea Inzerillo

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Da Greenaway a Ruiz: il grande cinema a Palermo fino al 31 maggio.

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È uno dei cinefestival lgbt italiani in più rapida ascesa nonostante la crisi, particolarmente interessante anche perché è molto attento allo sguardo retrospettivo, ultimamente trascurato dalle manifestazioni gay più importanti (bella e controcorrente l’idea di omaggiare l’anarchico Raoul Ruiz, etimologicamente queer nel senso di ‘eccentrico’). Stiamo parlando del Sicilia Queer FilmFest, in corso fino al 31 maggio ai Cantieri Culturali della Zisa nella ‘sontuosa e oscena’ Palermo, come la definiva Giuseppe Fava, e arrivato alla quinta edizione.

Abbiamo intervistato il direttore Andrea Inzerillo.

Come sta andando il festival?

Abbiamo appena cominciato, ma i segnali sono molto positivi. Sapevamo che la scelta di aprire con l’ultimo film di Peter Greenaway (Eisenstein in Messico, n.d.r.) avrebbe incuriosito un pubblico ampio, ma non ci aspettavamo di dover lasciare fuori un centinaio di persone, anche perché il Cinema De Seta ha quasi 500 posti. Per fortuna replicheremo il film questo sabato, dunque ci sarà un’altra opportunità. Ma come ho avuto modo di dire in apertura speriamo che questi segnali di interesse si estendano anche ai film meno famosi – ma non per questo minori – che presentiamo durante tutta la settimana del festival.

Come è stato accolto Eisenstein in Messico che uscirà nelle sale italiane il 4 giugno?

Alla fine del film c’è stato un applauso in sala, mi pare che abbia avuto un’ottima accoglienza. D’altronde è il ritorno di Greenaway a un cinema da grande pubblico: un film al contempo cinefilo e popolare, che ha il merito a mio parere di sottrarre la figura di Eisenstein agli obblighi dei manuali di storia del cinema o ai doveri dello spettatore medio e che invece dà voglia di riscoprire le sue grandiose opere. È anche questa la ragione per cui lo abbiamo scelto.

Parlami della scelta di Fulvio Abbate come ‘padrino’ della manifestazione.

Fulvio Abbate ha accettato con entusiasmo di essere la nostra madrina, e noi ne siamo orgogliosi. Le ragioni che ci hanno portato alla sua scelta sono molte: innanzitutto siamo suoi lettori, amiamo i suoi romanzi che sono intrisi di una profonda conoscenza del cinema. Sapevamo inoltre che la sua identità libertaria avrebbe sposato perfettamente quello che noi intendiamo fare con il Sicilia Queer, un festival che provi a ragionare sul concetto di queer nel senso più ampio possibile, nell’ottica di un superamento delle categorie e verso una ridefinizione politica della questione dell’identità. Fulvio lavora in questo senso quando scrive ma anche quando realizza quello straordinario esperimento che è Teledurruti (talvolta persino déguisé en Fulvia), ridefinendo i confini di quello che significa oggi lavorare sulle immagini e su un progetto seriale che ci sembra avere molto da dire e di cui siamo profondamente appassionati.

Qual è la reazione dei siciliani a un progetto queer che rappresenta una ‘cineccellenza’ nella vostra regione?

Il nostro progetto si rafforza negli anni, anche perché è preparato da un lungo lavoro nel corso dei mesi che precedono la settimana vera e propria del festival. Questo percorso ha un duplice scopo: da un lato ci serve a raccogliere fondi per il festival stesso, dall’altro ci aiuta a radicarci nel territorio, attraverso le iniziative realizzate con l’Università di Palermo o partecipando alla programmazione del Cinema De Seta. Mi sembra che la percezione del lavoro che il festival fa sin dalla prima edizione sia quella di un progetto con delle ambizioni, che fa delle scommesse e si prende dei rischi, che guarda al futuro senza dimenticare la storia e il posto in cui ha luogo, e che vuole costruire qualcosa di stabile e di cui i siciliani possano andare orgogliosi. Anche se con pochissimi, troppo pochi soldi.

Come mai è stato scelto il filosofo spagnolo Paul B. Preciado per il Premio Nino Gennaro?

Preciado è uno dei nomi più significativi della teoria queer ed erano anni che lo inseguivamo: quest’anno siamo riusciti a convincerlo a essere con noi e ne siamo felici. Non soltanto perché offriremo la possibilità di ascoltare a Palermo una lezione di uno dei pensatori più originali e radicali dei nostri tempi; ma anche, viceversa, perché permetteremo a Preciado di conoscere la figura e gli scritti di Nino Gennaro, cosa che ci sta molto a cuore e su cui lavoriamo da tempo. Quest’anno, in occasione del ventennale della morte, lanceremo un Anno Nino Gennaro che avrà in autunno una tappa importante con un festival di teatro curato da Giovanni Lo Monaco e che si chiamerà Festival del teatro bastardo.

Melvil Poupaud è già arrivato? Perché gli avete dedicato la sezione Presenze?

Melvil Poupaud è di ritorno da Cannes, dove era parte della giuria Caméra d’Or insieme a un nostro ospite della scorsa edizione, Yann Gonzalez, e arriverà oggi a Palermo. Siamo arrivati a Poupaud per diverse ragioni: la più immediata è il suo lavoro d’attore e il suo essere in qualche modo un’icona per il mondo LGBT grazie alle sue interpretazioni in Le temps qui reste di François Ozon e in Laurence Anyways di Xavier Dolan. Ma ci interessava ancor di più il suo rapporto con Serge Daney, cui dedichiamo da quattro anni la nostra sezione di storia del cinema, intitolata appunto Carte postale à Serge Daney; o il fatto che avesse interpretato Antoine D’Agata in Un homme perdu di Danielle Arbid, perché abbiamo cominciato quest’anno le nostre attività proiettando al Cinema De Seta il film di D’Agata, Atlas, alla presenza del grande fotografo; o infine la curiosità nei confronti di quei film che lui ha girato di nascosto, sin da bambino, e nei quali interpreta tutti i ruoli, giocando con e sul cinema, e realizzando delle opere molto queer. Presenteremo per la prima volta in Italia alcuni di questi suoi cortometraggi e anche il lungometraggio Melvil, autoritratto in tre atti che Olivier Père ha definito come “il film più underground della storia del cinema francese”.

Una sezione è dedicata al grande Raoul Ruiz? E’ una scelta solo geografica (il rapporto con Palermo) o anche in qualche modo queer?

È una scelta legata a un ragionamento sulla difesa del cinema indipendente e del cinema non omologato: in questo Ruiz è la quintessenza del cinema queer, anche se c’è chi potrebbe dire che non lo è affatto. Inoltre volevamo approfittare della presenza di Poupaud e di Joaquim Pinto (che purtroppo alla fine non riuscirà a raggiungerci, anche se proietteremo il suo bellissimo E agora? Lembra-me) per riprendere assieme un filo ruiziano, e introdurre questo autore a un pubblico più giovane che magari non conosce bene – o non conosce affatto – uno dei cineasti più liberi di sempre. Per l’occasione abbiamo recuperato dei materiali un po’ nascosti: un Ruiz regista dell’opera più famosa di Franco Scaldati, Il pozzo dei pazzi; i materiali di una tavola rotonda tenutasi a Palermo nel 1994 (alla presenza di Alberto Farassino, Pascal Bonitzer, enrico ghezzi, Alessandro Rais, Antonio Presti) in cui Ruiz parla di cose che riviste oggi sembrano quasi profetiche: la trasformazione del cinema, l’attacco al cinema come arte, e persino una sorta di previsione sulla vitalità delle serie televisive come nuova forma del cinema.

Qual è la situazione del cinema queer italiano, secondo te? Resta ancora nelle ‘Retrovie’?

Nelle Retrovie, su impulso di Umberto Cantone, noi cerchiamo le origini del queer nel cinema italiano. Dopo Bolognini, Caprioli, Brusati e Samperi, quest’anno abbiamo deciso di dedicare un omaggio a Pier Paolo Pasolini, proiettando Salò nel quarantennale della morte del regista (e dell’uscita del film) e due film diversamente pasoliniani: quello di un regista che è stato anche suo produttore e che è recentemente scomparso, come Gian Vittorio Baldi; quello di uno dei film del filone cui il Salò di Pasolini ha dato il via, come L’ultima orgia del Terzo Reich di Cesare Canevari. Al cinema italiano contemporaneo diamo spazio in altre sezioni: e se la proposta non è ricca di titoli è certo segno di una carenza di offerta, per quanto ci siano felici eccezioni. Ad ogni modo siamo ben felici di offrire una panoramica internazionale di film e di presentare opere di difficile circuitazione in Italia.

Prestate molta attenzione alla musica, con concerti e dj set… Me ne parli?

Un festival deve essere una festa, e deve provare a coinvolgere segmenti trasversali di pubblico. È un piacere collaborare con artisti come Serena Ganci, che ha curato per noi quest’anno la selezione musicale e coinvolto etichette musicali indipendenti per una proposta di qualità offerta gratuitamente a tutti i partecipanti. Un festival cresce nella misura in cui è capace di accogliere e combinare le sezioni che ha costruito con le proposte che riesce a suscitare; ci piace ad esempio che quest’anno una delle autrici che invitiamo a presentare un libro come Giovanna Maina ci aiuti nella serata finale nelle vesti di dj. Ci sembra un segnale di vitalità.

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