“Sogno il mondo il venerdì”: la Milano queer non è da bere

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Esce al Mexico di Milano il film di Pasquale Marrazzo, un ruvido dramma sulla crisi in cui gay, lesbo e trans non sono al riparo dalla deriva di...

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Sta lentamente facendosi strada tra le strette maglie della distribuzione nazionale ma è una chicca da non perdere: esce domani al Mexico di Milano ma è già apparso a Torino “Sogno il mondo il venerdì”, nuova fatica dell’emergente Pasquale Marrazzo presentata ieri alla seconda edizione del festival napoletano "Omovies" ideato da Carlo Cremona e Marco Taglialatela.

Sguardo senza infingimenti su una Milano assolutamente non da bere ma in profonda crisi, il ruvido "Sogno il mondo di venerdì" rende sullo schermo, con durezza e con profonda consapevolezza, quella Milano delle periferie non ancora degradate ma dove la dignità rischia di essere smarrita dietro l’angolo perché non c’è lavoro, perché non c’è più rispetto per niente e per nessuno, perché i ricchi hanno divorato ormai tutto.

Così, la crisi condiziona fortemente le vicende amorose di una coppia di donne, di un cameriere gay che vive nel loro condominio e di una giovane trans, Betty, legata all’impiegato di un istituto bancario, Fabio. Nel contempo, due giovani arabi sono costretti a fare una rapina per comprare un permesso di soggiorno.

Come in “On connaît la chanson” di Resnais o nei musical di Demy, l’azione è interrotta con taglio iperrealistico dai protagonisti che cantano canzoni bellissime in inglese, come l’immortale “Crazy Love” di Marianne Faithfull e altre realizzate dallo stesso Marrazzo (Jump, By Word of Mouth, Tell me, eccetera). L’effetto straniante funziona e dà i brividi.

L’esperimento di Marrazzo ha inoltre un montaggio estremamente sofisticato che richiede molta attenzione per seguire le varie tracce narrative ed è tuttora uno dei film queer che meglio rappresenta quell’universo glbt proletario o comunque non borghese raramente ritratto al cinema (lo si può accostare a “Cover boy” anche per forza espressiva). Tra gli attori segnaliamo la promessa Giovanni Brignola, che già aveva dato una buona prova nel precedente “Anime veloci”.

Una malinconia profonda, estrema, alla Basinski, attraversa l’intero film, nel complesso un tentativo davvero interessante.

“Le coincidenze del caso e della vita possono essere infinite” spiega Marrazzo. “Alla verità del caso si aggiunge un’altra verità, una forma comunicativa semplice e pura come il canto, una voglia che sgorga dall’anima, che trasporta i personaggi in una dimensione di libertà assoluta, dove possono librarsi sulle note di una canzone senza pudore.

Le loro solitudini spingono verso la ricerca dell’amore, una ricerca che diventa ossessiva, sempre più forte, che si scontra con la ‘banalità’ dell’esistenza, un’esistenza nascosta, mortificata, eppure eroica, dove dover pagare la bolletta e non avere soldi ‘diventa’ un fatto morale. Una città come Milano, con i suoi abitanti tutti divisi e chiusi nei loro mondi, eppure tutti così vicini, rappresenta il contesto perfetto per ritrarre un gruppo di esistenze schiacciate dalle esigenze della nuova società globale, dove l’apparire vince sull’essere”.

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d'amore Viennese.

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