Splendida Lucy, trans degli anni ’20 dal libro al cinema

La videomaker e giornalista Gabriella Romano sta girando un documentario dal suo libro ‘Il mio nome è Lucy’ sulla rocambolesca vita di una transessuale oggi 85enne deportata a Dachau.

Lucy è una splendida ottantacinquenne trans, elegante, signorile, saggia e ironica come solo chi ne ha passate di tutti i colori può esserlo. È la protagonista di un bel libro-memoriale, Il mio nome è Lucy della videomaker e giornalista Gabriella Romano (in foto), uscito per Donzelli col sottotitolo L’Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, un rigoroso resoconto molto documentato di un’esistenza vertiginosa sull’orlo della sopravvivenza che ha davvero dell’incredibile.

All’anagrafe della cittadina di Fossano, nel cuneese, dov’è nata, risulta ancora Luciano, ma nella sua vita rocambolesca è stata anche Carmen, deportata a Dachau – la parte più straziante e sconvolgente del suo racconto – per poi diventare Lucy, "una persona nuova" nella città, Torino, che considera "il più bel regalo della sua vita". È stata un tappezziere molto richiesto ma si è anche prostituita e ora è una quieta pensionata, dall’umanità travolgente, di stanza a Bologna e con l’hobby della cucina (pare che sia una cuoca sopraffina).

Gabriella Romano sta girando in questi giorni un film documentario tratto dal libro e l’abbiamo contattata a Roma dove vive.

Come prosegue la realizzazione del film di cui avevi mostrato un promo a giugno 2008 durante il festival DiverGenti di Bologna?

Abbiamo girato a Torino e Fossano, le riprese le ha realizzate Ernaldo Data. Abbiamo agganciato altri pezzi a questo mosaico. Spero di riuscire a tornare a Dachau in primavera ma non è facile trovare i finanziamenti. Ovviamente, più il tempo passa e più le cose si complicano. Vorrei arricchire il film con materiale di repertorio per ‘contrastare’ la voce di Lucy con la Storia cosiddetta ‘ufficiale’ ma queste immagini sono costose. Sono in parola con alcuni enti che dovrebbero collaborare.

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Sembra un progetto sofferto, nel libro parli di "anni difficilissimi"…

Inizialmente è stato difficile conquistarsi la fiducia di Lucy. La parte più complessa è stata quella su Dachau che ho tenuto per ultima dopo un primo tentativo di domanda quasi elusa. Ci sono voluti due anni e mezzo, si è instaurato un rapporto di amicizia che ha favorito un ritorno della memoria: si è scavato sempre più nei dettagli e nei ricordi. Ma del campo di concentramento Lucy parla ancora con molta difficoltà.

Come si è svolto il lavoro di ricerca del materiale documentario?

Ci sono state interviste vere e proprie inframmezzate da passeggiate nei luoghi a lei cari, anche col fidanzato, con piccole puntate in quelli più significativi, soprattutto intorno a Bologna. Poi abbiamo visto insieme fotografie, giornali vecchi, documenti vari. Non ho conosciuto personalmente la figlia adottiva, l’ho solo sentita al telefono.

In questo momento, con lo scandalo Marrazzo, c’è una sovraesposizione mediatica del mondo trans… Non c’è il rischio del voyeurismo e della speculazione?

Queste cose hanno sempre due rimbalzi: se ne parla e la visibilità è importantissima. Finalmente queste persone vengono intervistare come persone invece che essere soltanto standardizzate in qualcosa di quasi non umano. Sicuramente adesso se ne fa un gran parlare in termini negativi: prostituzione, droga, e ciò non fa bene alla comunità glbtq. Tornando a Lucy è molto interessante, per esempio, quello che lei dice sull’operazione: la schiettezza con cui ammette che non ha funzionato. Dice di pensarci bene, a volte non è necessario percorrere tutta la strada per il cambiamento di sesso ma optare per la cosiddetta "piccola soluzione". Lucy è negativa rispetto al cambio di sesso ma come voce individuale: non ha mai appartenuto a gruppi, formazioni e via discorrendo, dice solo quello che lei pensa.

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È interessante, inoltre, il suo attaccamento al lavoro di tappezziere che smentisce l’equazione trans = prostituta, anche se lei stessa ammette senza remore di essersi venduta…

Questo aspetto è importante: lei ha molto amato questo lavoro di tappezziere, lo faceva con molta passione raggiungendo un livello di professionalità che l’ha soddisfatta. È stato un modo per realizzarsi nella vita, aveva molti clienti nella zona. In questo campo ha avuto un’esperienza di discriminazione non come trans, piuttosto come donna: il lavoro manuale resta un tabù per chi non è maschio.

Hai conosciuto Lucy tramite un’amica ma già in passato hai avuto a che fare con la storia della comunità glbtq, penso ai tuoi lavori ‘L’altro ieri’ e ‘Ricordare’. Perché il mondo gay fa così fatica a guardarsi indietro?

La comunità gay guarda molto al presente e al futuro perché bisognava uscire da retaggi del passato visto come sempre negativo, come qualcosa da superare. Di passato si è parlato molto poco, soprattutto di fascismo e omosessualità. È importante anche ricostruire quello che c’è stato prima per capire noi stessi adesso. Molti elementi del passato restano in questo nostro presente, guardarli a una certa distanza, dalla giusta prospettiva, aiuta a comprendere come superarli.

Hai lavorato anche molto a Londra…

Ci ho lavorato e vissuto per quindici anni. Una parte di me, infatti, è molto inglese. Ho lavorato per la Rai ma anche per varie tv britanniche tra cui la BBC, soprattutto in produzione. Nel 1996 ho realizzato ‘Pazza d’azzurro’ sulla storia quarantennale tra Nietta Aprà e Linda Mazzuccato nata durante gli anni del fascismo. Ora mi sto dedicando anche a un documentario per Rai Educational su un attentato a Mussolini.

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Purtroppo le registe lesbiche restano poche…

Quello cinematografico è un mondo dominato dagli uomini ma in realtà conosco molte lesbiche che non dicono di esserlo: il prezzo per lavorare è non dichiararsi. L’interesse sulle lesbiche nel passato è un grande argomento, lo testimonia l’interesse con cui è stato accolto il film di ricostruzione storica ‘Viola di mare’ (di Donatella Maiorca, n.d.r.) che ha avuto un discreto successo. Ci sarebbero un milione di storie lesbiche da scovare negli archivi!