STEREOTIPI DA MANUALE

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Mossette, mani ondivaghe e isterismi: la coppia gay Rubini-Albanese in ‘Manuale d’amore 2’ di Giovanni Veronesi sguazza nel cliché nonostante l’impegno degli attori. Si salva l’episodio con Scamarcio.

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«Siete una caricatura contronatura!» grida addosso a Fosco il papà omofobo che non accetta il futuro ‘genero’ Filippo nell’episodio gay del modesto ‘Manuale d’amore 2’ di Giovanni Veronesi (non un sequel ma altre microstorie e nuovi attori con ripescaggio di Rubini e Verdone ma il livello – basso – è il medesimo).

E in effetti la coppia omosessuale leccese impersonata da Sergio Rubini e Antonio Albanese è quanto di più stereotipato si possa immaginare: mossette lascive, urletti trattenuti, mani ondivaghe mentre Fosco si spalma la crema sulla faccia o mentre corre, isterismi incontrollati, nevrosi malcelate. Non si può negare l’impegno dei due attori – bravi – ma non sorretti dalla sceneggiatura che non ha nemmeno una struttura narrativa degna di tal nome: i due dovrebbero essere un tecnico di laboratorio e un bancario ma non si parla mai del loro mestiere (quanti spunti interessanti avrebbe dato il contestualizzare la vicenda anche all’interno del mondo del lavoro?) e l’esile storiella si può riassumere in:

Fosco e Filippo vogliono sposarsi e vanno a Barcellona con la complicità della sorella neo-sposa del primo e nonostante l’ostilità del papà. Punto. Non uno scavo psicologico, non un approfondimento dei caratteri, nessuna sfumatura che li renda poco più di macchiette svampite (riescono persino ad arrivare in ritardo al proprio matrimonio). Se a Veronesi bisogna riconoscere il merito – per nulla scontato nel cinema italiano così poco filogay – di avere parlato di matrimoni omo in un periodo cruciale per la legiferazione sui Pacs e per di più ambientando la storia al sud, non sono poche le ambiguità che fanno pensare che il progetto sia nato per compiacere gli eterosessuali nelle loro certezze sul mondo gay piuttosto che aprire su di esso una finestra inedita: i toni indubbiamente grevi (‘Viva li froci!’, ‘Chi di voi lo prende nel…?’); il puerile E.T. gay che sembra down recitato da Rubini durante la cerimonia nuziale; la Nannini che impazza con ‘Sei nell’anima’ mentre Fosco viene picchiato a sangue dal vicino di casa – l’uso della musica vorrebbe essere ironico ma finisce solo per essere di cattivo gusto – e non ultimo il messaggio di fondo che l’universo queer è destinato a rimanere un orizzonte ‘altro’ da deridere più che da comprendere: quando Albanese si sfoga nell’alterco col ‘suocero’ tassista e gli urla:

«Sono io la normalità» ecco sopraggiungere l’amica battona con tanto di dildo parlante in mano, giusto per dare ragione al punto di vista della tradizione conformista impersonata proprio dal padre di Folco impersonato da Cosimo Cinieri, attore di Carmelo Bene e Bertolucci. È curioso come il nostro cinema sembri impermeabile a quella rivoluzione queer che ha investito ormai la produzione mondiale (persino i film africani, vedi ‘Palazzo Yacoubian’, sono più avanti in tal senso) e nel rappresentare una coppia borghese gay sia ancora fermo alle caratterizzazioni da ‘Vizietto’: solo Ozpetek va controcorrente in tal senso, e non a caso è italoturco. Nel vaticanizzato Belpaese, la tv sembra addirittura più progressista, con l’annuncio della coppia gay interpretata da Paolo Sassinelli e Alessandro Bertolucci che crescerà insieme una bambina nel totem catodico di Raiuno ‘Un medico in famiglia’.

Per quanto riguarda gli altri episodi di ‘Manuale d’amore 2’, si salva solo quello con Bellucci e Scamarcio, l’unico con un po’ di grazia e respiro (la strombazzatissima scena di sesso sulla sedia a rotelle è così casta che la diva umbra qui fisioterapista alla Nando Cicero – però un po’ più espressiva del solito – non mostra neanche un seno nudo) ma il merito, più che dei protagonisti, è del bravo caratterista Dario Bandiera, fascino mediterraneo e una certa dolcezza nel volto, capace di strappare qualche risata col suo personaggio di paralizzato erotomane che si porta le prostitute in ospedale. Non manca un leggero sottotesto lesbico nel personaggio dell’amica della Bellucci che vorrebbe fuggire con lei ‘come Thelma e Louise’ e la bacia disinvoltamente al pub.

Gli altri capitoli sono poco più di barzellette dilatate: in ‘La maternità’, la Bobulova nevrotica per sovradosaggio di ormoni non fa ridere (raffinata com’è, le parolacce che le mettono in bocca stridono non poco) e Fabio Volo arriva a spiegare didatticamente alla macchina da presa la legge sulla fecondazione assistita; un ordinario Carlo Verdone gigioneggia più del solito in ‘Amore estremo’ nel ruolo di un maître che tradisce la moglie con una giovane dipendente spagnola – la graziosa Elsa Pataky – ma caracolla in discoteca per troppo sforzo e finisce all’ospedale (la scena del cancello da scavalcare scopiazza ‘Notting Hill’ e il documentario sulle tigri cita l’episodio con Buy e Rubini del primo manuale).

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