Successo Gender Bender: 23mila presenze al festival bolognese

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Affollata l'undicesima edizione della kermesse dedicata al genere, conclusasi domenica scorsa. Toccante il doc "Bambi", delude la commediola "Big Gay Love". In chiusura lo stralunato "Matterhorn".

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Ventitremila presenze in otto giorni di festival. È stato un successo l’undicesima edizione di Gender Bender, kermesse multidisciplinare bolognese dedicata alle rappresentazioni di genere, conclusasi domenica scorsa. Si respirava una bell’atmosfera rilassata sia al Cinema Lumière che al vicino Cassero dove sabato notte si è esibito il celebre dj Dimitri from Paris nel riuscito party di chiusura (ma queste sono solo due delle ventidue location in cui si è dipanata la manifestazione). Nell’ultimo weekend vi abbiamo visto tre film, assai diversi tra loro, sia come genere – appunto – che come esito qualitativo.

Il regista francese Sébastien Lifshitz (artisticamente “gender“: passa con felice disinvoltura dal genere documentario alla finzione, pensiamo ai riusciti Wild Side e Presque rien) ha presentato il suo ultimo lavoro, il toccante doc Bambi sulla straordinaria e camaleontica Marie-Pierre Pruvot, nata Jean-Pierre in Algeria nel 1935 e divenuta star transgender del celebre music hall Carrousel de Paris per poi reinventarsi, dopo il cambio di sesso e una laurea alla Sorbona, stimata insegnante di francese in un liceo per un quarto di secolo.

Con la consueta abilità di Lifshitz nel far emergere una spontanea autenticità dai suoi personaggi, “Bambi” racconta se stessa direttamente in camera come in una sorta di videodiario reso pubblico anche attraverso i molti filmati in Super8 girati da lei stessa. Ci si commuove quando “Bambi” ricostruisce la sua infanzia segnata dalla tragica consapevolezza di essere fisicamente maschio ma sentirsi una femmina (e così un agognato abito da donna non potrà più essere indossato per imposizioni famigliari) ma si sorride anche quando svela i sotterfugi per scoprire quali pioneristici ormoni prendeva la collega Coccinelle e potersene impossessare per dividerli proprio con lei. Degli amori travolgenti raccontati da “Bambi” resta impresso quello che ancora oggi l’accompagna, la bellissima collega Ute conosciuta al Carrousel con cui spartiva le scene e che adesso le porta le valigie nel tour di promozione del documentario. Con accorato pudore e sensibilità, Lifshitz riprende “Bambi” nel viaggio in Algeria alla ricerca dei luoghi d’infanzia, tra cui la casa a fianco dell’officina di un meccanico dove riconosce il muro al di là del quale c’era la sua camera da letto («Non è stato facile girare in Algeria – ci ha spiegato Lifshitz -, eravamo sempre controllati, la polizia era sospettosa. Bambi riuscì ad avere i documenti con la nuova identità in Francia semplicemente perché alcuni archivi anagrafici erano rimasti in patria»).

L’unico difetto del film sembra essere la durata ridotta di un’ora, perché di “Bambi” si vorrebbe sapere di più e il finale sembra un po’ troncato. «Ma la lunghezza mi è stata imposta da Canal+ per esigenze televisive – ha argomentato il regista -. Avrei molto materiale per farlo più lungo ma parte di esso è nel dvd già uscito in Francia. Ho conosciuto Bambi nella giuria di un festival, mi ha raccontato la sua storia e ho voluto subito farne un film. Il suo boss del Carrousel le disse di scegliere un nome d’arte. Lei propose Kathy ma per lui era brutto. Allora la invitò a decidersi tra i seguenti tre: Chiffon, Gazelle e Bambi. E così è nata Bambi».

«Sono contento di essere qui a Bologna – ha continuato Lifshitz -, tutta la mia famiglia parla italiano tranne me. Sono cresciuto con i vostri film, in particolare Pasolini e Visconti. Di quest’ultimo mi turbò profondamente Ossessione per il forte sottotesto gay».

Ha deluso invece la commediola banalotta Big Gay Love di Ringo Le in cui Bob, un party planner un po’ sovrappeso (Jonathan Lisecki), ha difficoltà a trovare un compagno perché fisicamente complessato ma quando s’invaghirà ricambiato di un cuoco con velleità da scrittore, Andy (Nicholas Brendon), arriverà a tradirlo con un ragazzo che non accetta la propria omosessualità e si spaccia per etero. Senza un vero motore narrativo – il complesso di Bob svanisce subito, anche perché Andy lo adora così com’è – e un’avvilente povertà d’idee (Bob organizza feste ma se ne vede solo una che sembra un appuntamento al pub!), Big Gay Love si trascina stancamente facendo precipitare lo spettatore in un pericoloso coma vigile a cui è difficile sottrarsi. E non bastano certo le apparizioni camp della madre divoramaschi di Bob, unici momenti vagamente divertenti del film.

In chiusura di Gender Bender si è vista la stralunata commedia olandese Matterhorn di Diederik Ebbinge in cui un solitario e malinconico vedovo, Fred (Ton Kas), ospita in casa propria un uomo mentalmente ritardato, Theo (René Van’t Hof), che difende dal bullismo dei giovani del paese. Insieme a lui metterà su un duo comico per le feste dei bimbi e si affezionerà a Theo a tal punto che quando dovrà riportarlo da sua moglie farà di tutto per non separarsene.

Con uno stile surreale a un passo dal grottesco che ricorda il conterraneo Alex Van Warmerdam (Il vestito, Borgman), Ebbinge firma un simpatico elogio delle famiglie d’adozione a cui dà corpo l’azzeccata interpretazione fra l’incantato e l’alienante degli espressivi protagonisti. Puro delirio il tocco gender col finto matrimonio in stile Borat fra il fedele calvinista Fred e un povero Theo in abito bianco con velo (ma il legame tra Fred e Theo non ha nulla di sessuale, e ciò contribuisce a conferire un tono quasi fiabesco alla vicenda). Matterhorn è il nome tedesco del monte Cervino che nel film rappresenta la meta di un metaforico viaggio dei sogni.

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