Partenza alla grande per il Togay: tutti i numeri della 30° edizione

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Irene Grandi, Carolina Crescentini e Mark Christopher hanno illuminato l’opening del TGLFF

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Quasi un milione complessivo di spettatori, più di 5000 titoli mostrati, più di 1500 ospiti da ogni parte del mondo, oltre 200 giurati e un centinaio di libri presentati. Sono numeri monstre, quelli ricordati ieri sera alla festosa e informale cerimonia d’inaugurazione al Cinema Massimo del trentesimo Turin Gay & Lesbian Film Festival, illuminata dalla spigliata madrina Carolina Crescentini che ha inframmezzato presentazioni e ringraziamenti con brevi estratti dalla raccolta di racconti Corti d’autore firmati da scrittori italiani lgbt quali Ivan Cotroneo e Gianni Farinetti. “Sono anni che vi inseguo – ha spiegato la Crescentini -. Mi avevate cercato due anni fa per la giuria ma poi sono saltati i piani. Sono la stalker di questo festival! Alla fine ce l’ho fatta…”.

Una curiosa gag con una volontaria quasi trentenne festeggiata con una torta di compleanno ha dato l’avvio alla serata: è stata presentata come la “prima figlia italiana di due uomini, un romano e un pugliese”, che sarebbero in realtà i due fondatori del Turin Gay & Lesbian Film Festival, il compianto Ottavio Mario Mai, ricordato con un lungo applauso all’apparizione sul grande schermo di una foto di Viale O. M. Mai, inaugurato una settimana fa, e il direttore di sempre Giovanni Minerba, in rosa confetto sul palco, affiancato dall’organizzatore/presentatore Angelo Acerbi. Poteva poi forse mancare lo stacchetto istituzionale con ‘Tanti auguri’ della Carrà?

Significativa la presenza del sindaco Piero Fassino: “Saluto tutti e in particolare gli ospiti che vengono da fuori Torino – ha dichiarato il primo cittadino del capoluogo piemontese -. Il festival è cresciuto anno dopo anno come uno dei principali attori di una battaglia per i diritti civili che nel tempo ha conquistato terreno. Abbiamo intitolato Viale Ottavio Mai per ricordare una persona che ha condotto una battaglia civile straordinaria e ha fatto riconoscere alla società il diritto a esprimere il proprio orientamento sessuale senza paure, timori e discriminazioni. Trent’anni sono stati troppo lunghi ma il festival è stato uno dei principali vettori di questa battaglia. Un tempo questo tema era relegato nel ghetto della trasgressione. Bisogna essere grati a tutti coloro che hanno lavorato al festival. Buon compleanno!”. “Quando sono arrivata nei nuovi uffici – ha raccontato l’assessore alla Cultura Antonella Parigi – mi hanno chiesto se volevo cambiare arredamento e tappezzeria per marcare una discontinuità – ha raccontato l’assessore alla Cultura Antonella Parigi -. Ecco, il mio modo per marcare una discontinuità è essere qui presente”.

Si è poi rivelata felice la scelta di inaugurare la serata col rutilante 54 – Director’s Cut di Mark Christopher, versione rimontata del film risalente al 1998 sullo Studio 54, storico tempio della disco music newyorchese frequentato dalle top star negli anni’70-‘80. Ci è sembrata decisamente più bella e selvaggiamente underground – si notano gli inserti sgranati aggiunti nella nuova versione – rispetto a quella epurata dalle scene gay voluta dai produttori della Miramax. Sostanzialmente si approfondisce il triangolo intimamente erotico tra il barista Shane incarnato da un tonicissimo Ryan Phillippe, di cui vengono reintegrati alcuni baci con uomini, e la coppia formata dalla guardarobiera con velleità da cantante, Anita (Salma Hayek), e suo marito, il muscoloso barista Greg (Breckin Meyer). Viene invece drasticamente ridotto il personaggio piuttosto stereotipato della divetta Julie Black interpretata da Neve Campbell dando invece spazio alle orge multisex e al consumo collettivo di droghe nella galleria dello Studio 54 (in un cameo appare pure il vero Elio Fiorucci). Non uscirà nelle sale tradizionali ma solo online, su iTunes, dal 2 giugno.

“Una delle ragioni per cui ho rimesso mano al film – ha spiegato il simpatico regista Mark Christopher in un abito di scena indossato in 54 da Ryan Philippe – è proprio questo festival che per me è molto importante. Sette anni fa mostrammo qui un ‘rough cut’ del film, abbiamo organizzato una cerimonia non ufficiale che ha causato una rivolta del pubblico, è stato un gran successo. Abbiamo digitalizzato il film in pellicola, ci abbiamo messo circa sei mesi, giusto in tempo per il festival di Berlino. Non è solo un director’s cut, è un altro film. La versione di diciassette anni fa aveva mezz’ora di scene che ero stato costretto a realizzare dai produttori. Le abbiamo tolte reintegrandole con 45 minuti già girati, abbiamo trovato del materiale video in uno scatolone nella cantina di un mio amico a Hollywood. Ryan Philippe? Un dolce bambolino, incredibilmente intelligente ma anche un grande lavoratore. Il film è costato otto milioni di dollari più 150 mila di dollari aggiunti da noi per la parte tecnica”.

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