TOGAY AI FRUTTI DI MARE

Trionfale inaugurazione del Togay con sala stracolma di spettatori. Diverte la gradevole commedia estiva francese ‘Crustacés et coquillages’ di Ducastel e Martineau. Delude, invece, Rosa Von Praunheim

Sala stracolma e un’atmosfera di palpabile euforia per la trionfale inaugurazione del 22° Torino GLBT Film Festival Da Sodoma a Hollywood che si è regalato una nuova e adeguata doppia sede, i centralissimi cinema Ideal e Ambrosio che finalmente soppiantano il grigiore fatiscente dell’isolato Teatro Nuovo.

Ad affiancare il maestro di cerimonia Sergio Troiano, attore di Centovetrine e comproprietario dell’Ambrosio, un’inedita Sara Brizzi (ex compagno di classe alle scuole medie di chi scrive, ora rifiorito nel corpo – e nell’anima – di una carismatica bionda) che si è presentata come “la Flavia Vento degli omosessuali”, movimentando la serata come discola disturbatrice e improvvisando svenimenti a catena.

Una commedia francese leggera leggera, gradevole e aggraziata, Crustacés et coquillages (Crostacei e conchiglie) di Olivier Ducastel e Jacques Martineau, già vincitori di un Teddy e del Migay con La strada di Félix, ha dato il via all’abbuffata cinematografica. Il titolo riprende un motivo di Brigitte Bardot reinterpretato nel film dalla protagonista Valeria Bruni Tedeschi, la solare Béatrix che insieme alla sua famigliola sta trascorrendo le vacanze in una casetta ereditata tra le calanche marsigliesi nella Costa Azzurra occidentale.

Con loro c’è il giovane Martin, amico omosessuale del figlio Charly, creduto anche lui gay dai genitori per quel suo aspetto decisamente femmineo, i lunghi capelli fluenti e i modi delicati. Invece non è così, nonostante il rapporto ambiguo con Martin, e anzi sarà lui a rivelare alla madre l’omosessualità repressa del padre Marc che rincontra un amore di gioventù, l’idraulico Didier (un sensuale Jean-Marc Barr completamente rasato), oggetto delle mire amorose di Martin, conosciuto in un luogo di battuage a picco sul mare. Ma anche mamma Beatrix ha qualcosa di nascondere, poiché si vede di nascosto con un amante bruttarello che si materializza sempre a notte fonda nei pressi di casa sua.

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Fa davvero venire voglia di vacanza un film così spensierato, tutto mare cristallino, tuffi e solleone, dove la rigogliosa natura del Mediterraneo avvolge e protegge le solide case di campagna provenzali immerse nel verde.

L’ironica ronde sentimentale è descritta con giocosa allegria…

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L’ironica ronde sentimentale è descritta con giocosa allegria, nessuno si colpevolizza o drammatizza gli eventi, la ricomposizione avviene a ritmo di musica e balletti. E il tormentone della doccia dove manca sempre l’acqua calda per colpa degli abusi di Charly e che diventa il luogo deputato alla masturbazione per i maschi della casa è davvero spassoso. Valeria Bruni Tedeschi sembra con questo ruolo voler gettare alle ortiche o comunque bilanciare i suoi personaggi di nevrotica malinconica e infelice che stavano diventando una scomoda etichetta: a Cannes la vedremo anche alla prova come regista di Le rêve de la nuit d’avant selezionato per Un certain regard.

Il pubblico ha apprezzato regalando a Crustacés et coquillages un convinto applauso.

Già nel pomeriggio, al cinema Ambrosio, abbiamo visto due film in altrettante sezioni laterali: in Queer in the West il discreto western Requiescant di Carlo Lizzani è un classico del genere (sparatorie, saloon con donnine, impiccagioni) che però risulta integralmente etero e l’unico motivo d’interesse gay è Pier Paolo Pasolini – doppiato – nel piccolo ruolo di un prete, Don Juan, a rappresentare la coscienza morale dei cowboys e a cui toccano frasi esemplari quali: «Ha detto di seppellire i corpi, non le persone»; «La guerra è orribile non perché si ammazzano uomini ma perché si ammazza la pietà». Se proprio si vuole cercare col lumicino qualche riferimento queer, è percepibile un leggero sottotesto gay tra il cattivone vampiresco e il cowboy platinato, anche per una certa misoginia di fondo: «Dimentica le donne… Sono esseri inferiori che servono solo per riprodursi»; «Le buone pistole non sono mai troppe».

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Delude, invece, il nuovo film narrativo di Rosa Von Praunheim presentato fuori concorso Dein Herz in meinem Hirn (Il tuo cuore nel mio cervello)- ma sappiamo che da sempre Rosa è più a suo agio col documentario – e ispirato a un caso di cronaca nera, la vicenda del cosiddetto cannibale di Rothenburg, ossia l’informatico tedesco quarantaquattrenne Armin Meiwes che nel 2001 divorò un amante conosciuto su Internet dopo averlo fatto a pezzi e cucinato alla fiamma. Con uno stile un po’ improvvisato e un video sporco, Von Praunheim racconta l’agghiacciante vicenda come una sorta di folle epilogo di una seduzione sadomasochista tra due omofobi psicotici (interpretati comunque correttamente da Martin Ontrop e Martin Molitor) ma senza approfondire sufficientemente la personalità di entrambi. Inoltre l’idea narrativa di far interpretare dagli stessi due attori le rispettive madri contribuisce a rendere il tutto troppo claustrofobico e teatrale. Ridicolo, infine, il monologo del cannibale che si mette a parlare con la testa mozzata della povera vittima.

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