TOGAY: CLASSICI O SURREALI?

Il Festival di Torino apre ad alcuni titoli indimenticabili ma non “a tematica” come “Mamma Roma” o “Roma città aperta”. E li mette a confronto con una Isabelle Huppert tra stupri e sesso lesbo.

TORINO – Il Festival Gay sembra voler andare indietro nel tempo. Si è reso conto, nell’assenza di capolavori contemporanei a tematica gay, dell’importanza di rivalutare un patrimonio di classici forse dimenticati e comunque troppo poco visti dal pubblico. Al punto da inserire nel programma titoli che non sono gay e sono legati alla tematica omosessuale da fili pindarici molto sottili. Che dire di capolavori assoluti come ‘Mamma Roma‘ e ‘Roma città aperta‘? O l’inquietante ‘Repulsion‘, con una memorabile Catherine Deneuve sull’orlo della pazzia? Ovvero, che ci azzeccano?

A questo punto meglio vedersi un film datato veramente strambo come ‘Deux‘ (Due) di Werner Schroeter, provocazione quasi antinarrativa con l’eccelsa Isabelle Huppert, doppia Palma d’Oro a Cannes per ‘Violette Nozière’ e ‘La pianiste’, al suo terzo film col regista tedesco dopo ‘Malina’ tratto da un romanzo della bravissima scrittrice austriaca Elfriede Jelinek e l’operistico ‘Poussières d’amour’. Qui la Isabelle sembra fare il verso ai suoi consueti ruoli di complessata nevrotica portando sullo schermo il doppio ruolo di due gemelle separate alla nascita la cui madre innamorata degli uomini in divisa – canta in continuazione ‘J’aime les militaires’ – viene uccisa da un serial killer che lascia sempre un fiore sui cadaveri martoriati. Una delle gemelle è dichiaratamente lesbica e in una tenera scena d’amore rotola sul letto con l’amata scambiandosi baci alla nicotina mentre fuma una sigaretta.

La Huppert non si risparmia scene in cui viene stuprata da un nero, schiaffeggiata, morsa da una volpe e ridotta a bere il vomito della sorella morente ma il tono è talmente grottesco e sopra le righe che non può che scatenare ilarità. “Non mi sono ispirato ai surrealisti figurativi e comunque uno dei miei pittori preferiti resta Klee” dichiarò Schroeter a Cannes l’anno scorso.

Parlato in almeno quattro lingue diverse (francese, tedesco, italiano e portoghese) e giocato sulla difficoltà di comunicazione tra i personaggi e i ‘segni’ liberamente associati di interpretazione psicanalitica, è un’opera un po’ datata su edipi non risolti e schizofrenie amorose che ricorda l’avanguardia teatrale anni ’70 ma come aveva sostenuto la Huppert sulla Croisette “è un film di corpi, non di parole, vuole trasmettere emozioni attraverso l’immagine”. ‘Deux’ è stato montato da Juliane Lorenz, l’ex moglie di Fassbinder che ha firmato l’editing di molti suoi film e che aveva dichiarato a tal proposito: “non c’è alcuna differenza tra il lavoro svolto con Fassbinder e Schroeter. Entrambi mi hanno lasciato completa libertà al montaggio”. Scena forte: un tappeto di corpi nudi da cui si staglia la Huppert in abiti militareschi mentre cinque maschi eccitati divorano sessualmente la madre. In un ruolo minore l’androgino Robinson Stévenin è l’innamorato non corrisposto della protagonista Magdalena che si suicida impiccandosi. Chi non ama i film surreali, intellettuali e bislacchi lasci perdere. Meglio un classico.

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