TUTTI PAZZI PER AUGUSTEN

‘Correndo con le forbici in mano’ funziona più sulla carta che sullo schermo: manca tutto il sesso gay e si ignorano alcuni personaggi. Strepitoso il cast con in testa Annette Bening bisex psicotica.

Non era facile portare sullo schermo l’eccezionale romanzo di formazione Correndo con le forbici in mano dell’americano Christopher Robison (vero nome di Augusten Burroughs, nickname adottato legalmente a 18 anni in un tribunale di Boston «perché suonava più da scrittore»).

300 pagine di follie ed eccentricità borderline che si leggono tutto d’un fiato, raccontate con un tono ironico e disincantato capace di infondere un’insolita leggerezza a un tema tutt’altro che semplice, il disagio mentale (ma a volte, se lo si tratta con sincerità, spuntano fiori davvero preziosi, Cristicchi docet). In Italia Running With Scissors è stato tradotto da Giovanna Scocchera per Alet Edizioni ma è passato quasi sotto silenzio mentre in America ha avuto un plateale successo diventando un bestseller osannato da pubblico e critica, capace di stazionare sul New York Times per due anni e mezzo nella top ten dei libri più venduti.

Un’adolescenza semplicemente allucinante, quella di Augusten, raccontata con stile piano e diretto attraverso una sorta di vero diario degli orrori: l’instabile Deirdre, madre psicotica bisex con frustrate ambizioni di poetessa, si separa dal marito alcolizzato e consegna il figlioletto al suo bizzarro psichiatra, il dottor Finch, che lo prende in adozione con tanto di firma nero su bianco.

Ma la seconda famiglia di Augusten è ancora più squinternata della precedente: i Finch vivono a Northampton, Massachusetts, in una villa fatiscente dipinta di rosa, invasa dai rifiuti, dove regna l’anarchia più assoluta: si mangiano indifferentemente bastoncini di zucchero e croccantini per cani mentre l’albero di Natale campeggia in soggiorno anche in piena estate e il nipotino Poo può defecarvi sotto con l’approvazione di tutti.

Lo sbalestrato Augusten diventa molto amico della figlia ribelle Natalie, in perenne rivalità con la lunare sorella preferita dal padre, Hope, che ha l’hobby di prevedere il futuro con la ‘pesca alla Bibbia’, ovvero farneticare bizzarre divinazioni aprendo a caso il testo sacro. La moglie Agnes è poco più di un’ombra vagante, ormai rassegnata ai continui tradimenti del marito, il più folle di tutti: per curare le sue pazienti se le porta a letto e/o le adotta, quando non le ha a disposizione si reca in una stanza a fianco dello studio dall’eloquente nome ‘Masturbatorium’ e per affrontare il domani non trova niente di meglio che leggere i fondi del gabinetto come se fossero tazzine da caffè. Il più normale di tutti è il gatto Freud, destinato a una fine orribile solo perché Hope ha sentito in sogno la voce del felino che le confidava di essere in procinto di morire.

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In questo delirante bailamme Augusten ha un unico sogno: diventare un parrucchiere famoso…

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In questo delirante bailamme Augusten ha un unico sogno: diventare un parrucchiere famoso come lo stylist di successo Vidal Sassoon e riuscire finalmente a realizzare le ondine piatte diventate nel frattempo il suo cruccio primario. Così si impratichisce tentando improbabili tinture casalinghe su se stesso e utilizzando come cavia la sperimentatrice Natalie a cui confida di essere omosessuale. Lei non si scompone minimamente e gli presenta un altro figlio adottivo del dottor Finch, il disturbato Neil, un trentenne complessato che si innamora follemente di lui.

Non era facile, dicevamo, farne un film: infatti Correndo con le forbici in mano, diretto con una certa rispettosa impersonalità da Ryan Murphy, autore del plastico serial tv Nip/Tuck, non è all’altezza del testo ma ha molti meriti per nulla scontati: innanzitutto un cast strepitoso con in testa una straordinaria Annette Bening nel difficile ruolo di Deirdre che le è valso la candidatura al Golden Globe, capace di evitare con accorata sensibilità gli enfatici cliché da psicodramma ad effetto (ma sono perfetti anche una ritrovata Jill Clayburgh nel ruolo della fantasmatica Agnes, uno svagato Alec Baldwin in quello del padre assente di Augusten, una diafana Gwyneth Paltrow nei dimessi panni di Hope e il meno conosciuto protagonista Joseph Cross che, senza bisogno di svolazzanti effeminatezze, dà la giusta caratterizzazione al gay Augusten).

Altri punti a favore: una confezione di lusso con ambientazione ’70-’80 particolarmente curata e una colonna sonora davvero galvanizzante, da un’ineffabile Quizas, quizas, quizas cantata da Nat King Cole a must d’alta classe quali Elton John (Bennie and the Jets) e Al Stewart (Year of the Cat). Peccato però che sullo schermo spariscano completamente vari personaggi non trascurabili quali Troy, il fratello di Augusten appassionato di meccanica e in odore di autismo, l’odiata compagna di classe Heather Cosby, figlia dell’attore televisivo Bill, nonché la cameriera Winnie che si offre di aiutare Deirdre plasmandola a suo piacimento. Anche la fidanzata di quest’ultima, Fern, nel libro ha più spazio e si scopre sposata con figli avuti da un prete ignaro delle sue tendenze lesbiche. Curiosa la presentazione del dottor Finch: nel libro è somigliante in tutto e per tutto a Babbo Natale mentre nel film arriva a casa di Deirdre esattamente come L’Esorcista.

Dispiace, infine, che venga sacrificato tutto il sesso gay (si intravedono solo Augusten e Neil a letto insieme, prima e dopo l’amore), a cui Burroughs dedica le pagine più pungenti e sardoniche: dall’iniziazione a tredici anni grazie a un violento blowjob con ingoio praticato a Neil (interpretato nel film da un ottimo Joseph Fiennes, mai così sexy con baffoni e pizzetto) fino ai rapporti anali non particolarmente graditi al protagonista e ‘facilitati’ dalla Crema Regina Elena, un prodotto per capelli dal prodigioso effetto balsamo. Bello, comunque, l’addio silenzioso e inspiegabile di Neil che nel libro costringe Augusten e Natalie a cercarlo nei bar gay del Greenwich Village.

Nel film, inoltre, saltano quasi tutte le scene all’aperto (la discarica, i fast food, la caccia alle balene) e l’ambientazione prevalentemente d’interni dà una connotazione un po’ soffocante alla vicenda già di per sé tendente al claustrofobico. Resta un formidabile insieme d’attori che dribbla alcune ovvietà sullo psicologismo d’accatto (c’è tutto lo scibile più easy: fase orale, fallica, anale, l’intercambiabilità dei ruoli famigliari, eccetera) e si evitano con prudenza sia gli eccessi grotteschi modello Tenenbaum che i patetismi gridati da caso clinico e camicia di forza.

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Anche se non regge il confronto con lo scorrevole romanzo di Burroughs, resta un film comunque da vedere. Due curiosità: la scena del finale alla fermata d’autobus nel libro non c’è e il signore che appare a fianco del protagonista e gli dà uno spintone è il vero Augusten.

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