UN AMERICANO BELLO E INFIDO

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Michael Caine, ed il versatile e bello Brendan Fraser in "The Quiet American", uno dei migliori adattamenti da Graham Greene. E' rimasto nel cassetto per un paio d'anni,...

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A 20 anni di distanza da “Il console onorarioMichael Caine torna ad indossare i panni di un personaggio nato dalla penna di Graham Greene, uno dei maggiori scrittori americani del novecento.

Allora come oggi aveva al fianco un attore emergente della categoria sexy-ma-anche-bravi destinato a lunga carriera (nel 1983 era Richard Gere, oggi e’ Brendan Fraser) ma questo “The quiet American” e’ un film di gran lunga migliore del precedente e riesce mirabilmente a miscelare gli aspetti romantici e sentimentali della vicenda con quelli socio-politici della realtà nella quale si sviluppa.

Saigon, autunno 1952. Sono i giorni caldi nei quali il Vietnam e’ in lotta per sottrarsi all’influsso coloniale francese mentre sotto sotto la lunga mano dello Zio Sam statunitense già manovra movimenti più o meno clandestini, e più o meno legittimi, per cercare di evitare che il paese si allinei sulle posizioni politiche dei nemici comunisti.

Alden Pyle (Fraser), arriva nel paese apparentemente per ragioni di aiuti umanitari, in realtà ben deciso a far si che il “sogno americano” trionfi sempre e comunque, non importa a quale prezzo. Pyle, ragazzo intelligente e di cultura, entra ben presto in contatto con il giornalista inglese Thomas Fowler (Caine), che si gode la lontananza dalla moglie in compagnia della giovane e disponibile Phuong (l’attrice Do Thi Hai Yen, foto). Le differenze ideologiche tra i due uomini non ostacolano tutta via che tra di loro si sviluppi un rapporto di reciproco rispetto e comprensione, anche se tutto ciò viene messo in secondo piano quando il non più giovanissimo giornalista si rende conto che tra la sua giovane compagna vietnamita e l’ipervitaminico americano c’e’ del tenero. L’idea di perdere la sua compagna e la minaccia sempre più seria di dover tornare in Europa e’ fronteggiata dall’uomo facendo ricorso all’oppio. Nel frattempo la situazione politica e militare all’interno del paese si fa sempre più difficile. Nonostante tutto Fowler cerca di mantenersi neutrale, di non lasciarsi coinvolgere, ma non potrà non farlo quando, dopo un sanguinoso attentato dinamitardo, avrà la certezza che dietro quello spargimento di sangue di civili innocenti c’e’ il faccino pulito di Pyle, il tranquillo americano dagli alti ideali democratici…

The quiet american” e’ un gran bel film, e per molte ragioni. Intanto per la storia, complessa e sfaccettata, raccontata in prima persona da un uomo sull’orlo della disperazione che ha paura di perdere tutto. Le note sentimentali del triangolo amoroso non diventano mai banalità romantiche, bensì la sceneggiatura (di Christopher Hampton e Robert Schenkaan) le sfrutta per combinare con grande efficacia un dramma umano che si svolge in contemporanea ad un dramma ben più vasto che coinvolge un intero popolo.

Il film era pronto da un paio d’anni ma dopo l’attentato alle torri di New York del Settembre 2001 era stato prudentemente messo da parte dalla distribuzione per il semplice motivo che sicuramente qualcuno lo avrebbe accusato di essere antiamericano. Semplicemente mette il dito nella piaga nelle disastrose conseguenze della politica estera di stampo intervenzionista della politica americana. Non dimentichiamo che il romanzo da cui e’ tratto risale alla metà degli anni ’50 ed il coinvolgimento della CIA in attentati terroristici in altre nazioni era considerato da Greene una cosa vergognosa, un grave errore. Ovviamente aveva ragione e l’avventura americana nel sud est asiatico finì con l’innescare la guerra del Vietnam, poi denominata la sporca guerra. Vedendo il film se ne capisce il motivo. Altre pellicole hanno raccontato il conflitto nel Vietnam ma ben poche sono andate ad esplorare le origini di tale conflitto.

Nella prima versione cinematografica, realizzata nel 1958 da Joseph Mankiewicz (il regista di “Cleopatra”), le responsabilità dei servizi segreti statunitensi furono opportunamente lasciate in un angolo e l’attentato terroristico veniva convenientemente attribuito ai Vietcong. Greene all’epoca si infuriò ma probabilmente gradirebbe questa nuova versione, molto più rispettosa del testo originale, firmata dal bravo regista australiano Philip Noyce, che dimostra di essere in grado di gestire con abilità sia spettacoloni commerciali come “Sotto il segno del pericolo” con Harrison Ford, sia film più di nicchia, come il recente “La generazione perduta”. Il suo film permette anche di gettare uno sguardo sul mondo delle ragazze dell’est asiatico, sempre pronte a compiacere un occidentale in grado di promettere loro un cambio di vita.

Della bravura di attore di Michael Caine già si sapeva, ma stavolta davvero supera se stesso e la candidatura all’Oscar appare decisamente meritata. Brendan Fraser dal canto suo già in passato, con “Demoni e dei”, ha dimostrato di non essere solo un attore usa-e-getta da usare in film come “La mummia” 1 e 2. Il film e’ stato veramente girato sui luoghi dell’azione, splendidamente fotografati da Chris Doyle, ed e’ curioso e forse indicativo notare che tra i produttori del film ci sono due noti registi come Sydney Pollack (“Come eravamo”) e Anthony Minghella (“Il talento di Mr Ripley”).

Caldamente consigliato.

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