UN DISASTROSO SUCCESSO

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Sfarzo, gag, risate e tanti scheccamenti in 'The Producers' terzo remake tra cinema e teatro di un vecchio cavallo di battaglia di Mel Brooks. Splendidi attori e spettacolarità...

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ROMA – Remake dopo remake, si può riuscire perfino nel paradossale ritorno al cinema di un musical tratto da un film, come in questa terza versione di The producers, figlio del celebre successo di Broadway, figlio a sua volta dell’omonimo primo lungometraggio di Mel Brooks (tradotto in italiano con il delizioso Per favore non toccate le vecchiette).

Autore sorprendentemente anche delle canzoni, l’esperto regista di classici della comicità ma da tempo meno fortunato al botteghino, ha fiutato la pista giusta, realizzando uno dei maggiori successi dei palcoscenici non solo americani e affidandone poi la trasposizione cinematografica alla stessa Susan Stroman e a gran parte degli attori che ne avevano decretato il successo a Broadway.

La storia sfugge a qualsiasi controllo, tanto è sopra le righe e intrisa di cinismo: un impresario ormai fallito, incapace di realizzare alcunché di valido, si imbatte in un ragioniere perdente col pallino del teatro, che casualmente gli mostra come perfino un insuccesso possa essere proficuo, se studiato bene a tavolino.

Il navigato Bialystock convince allora il grigio impiegato Bloom a combattere le sue mille fobie per seguirlo in un progetto diabolico: spillare sovvenzionamenti a ingenue ninfomani attempate e realizzare il fiasco più colossale della storia di Broadway, con l’obiettivo di chiudere la sera stessa della prima e mettersi in tasca il bottino. Inseguendo con un’accurata ricerca il peggior testo e il peggior regista in circolazione, i due finiscono per imbattersi estasiati nel delirante Roger De Bris, vera checca d’altri tempi, e nell’impresentabile opera neonazista dal titolo La Primavera di Hitler – Un allegro gioco tra Adolf ed Eva a Berchesgarten.

Sulla carta tutto il peggio possibile ma…

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Sulla carta tutto il peggio possibile ma, se è vero che Casablanca funzionò proprio perché era un concentrato di tutti i luoghi comuni, anche in questo caso tanto orrore finirà per regalare ai nostri affaristi spietati una paradossale ricompensa dal destino.

Oltre due ore di grasso divertimento, uno spettacolo barocco ispirato al musical anni Cinquanta (quelli in cui è ambientata la storia) con qualche punta di volgarità inutile e non poche trovate geniali, alcuni rallentamenti e un po’ in bilico tra zucchero e zolfo, ma sempre all’insegna dell’estrema spettacolarità. Se valesse la pena giungere a questo terzo adattamento che risente del successo sul palcoscenico e finisce per annacquare la spontanea perfidia dell’originale, francamente lo ignoriamo. Non sempre il gioco vale la candela e ci sembra di rivedere un’inaugurazione olimpica decisa a superare per fasto e frastuono quelle precedenti.

Eppure, in una produzione tanto pomposa e articolata non ci si può esimere dal rilevare l’innegabile talento degli interpreti, mostri di bravura del palcoscenico che conoscono bene anche la forza del primo piano sul grande schermo. Affannandosi, laidi e meschini, trasformano la loro avidità priva di scrupoli in un enorme carosello, come nella scena delle vecchiette che seguono l’impresario cialtrone, vero pifferaio magico.

Se Nathan Lane e Matthew Broderick scolpiscono le loro performance senza risparmiarsi, al loro fianco troneggia per eleganza, bellezza e statura una diva come Uma Thurman, una delle poche nuove entrate rispetto al cast teatrale, chiamata a interpretare la bionda svedese Ulla. Quanto al sottotitolo gaio, è pienamente rispettato dal gruppetto pittoresco che fa capo al regista incapace e al suo compagno/assistente, Carmen Ghia. Sulle note di “Keep it gay”, che sancisce il trionfo del cattivo gusto nel nome della spensieratezza, dalla scalinata della grande casa scendono campioni dell’immaginario omo che, più che dai Cinquanta, sembrano usciti fuori dagli anni Settanta: poliziotti, indiani e marinai che si uniscono ai protagonisti in un trenino sfacciato e incontrollato.

Ma il meglio deve ancora venire, perché poi in scena, causa un infortunio dell’ultima ora, spetterà allo stesso De Bris ripetere il miracolo, impersonando proprio il Fuhrer, in una caratterizzazione grottesca che fa giustizia delle tante ingiustizie subite dai gay sotto il nazismo.

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di Flavio Mazzini

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